L’Eco di Roccasecca

Anno 3, n.17 Edizione speciale monografica Novembre 1998

 

 

Di seguito, alcune pagine edicate a tradizioni specifiche relative a particolari festività ed a singoli giorni dell’anno. Lo spunto per la maggior parte delle informazioni deriva dall’"Almanacco di Ciociaria" già citato, mentre filastrocche e proverbi sono tratti quasi sempre dal testo sul dialetto di Colfelice ed Arce.

 

Le tradizoni popolari escono fuori a valanga, come tante civette, basta aprire il coperchio della botte in cui sono riposte, o addirittura rompere la botte con l’accetta, come nella allegorica ed antica stampa olandese qui rappresentata.

Le tradizioni popolari: l’Epifania

La festa dell’Epifania è caratterizzata dal simbolico personaggio della Befana, la vecchietta che vola sulla scopa, brutta ma portatrice di doni. La Befana durante la nottata penetra nelle case attraverso la cappa del camino e depone giocattoli e dolci nelle calze dei bimbi buoni, mentre riserva ai cattivi cenere e pezzi di carbone. Nelle campagne della Ciociaria si usava anche prevedere la raccolta delle messi annuali, osservando il comportamento del tempo nei dodici giorni che intercorrono tra il Natale e l’Epifania; nella serata precedente la festa, le ragazze auspicavano un possibile matrimonio durante l’anno: si gettavano foglie d’ulivo sulla brace, se la foglia scoppiava saltando, l’evento sarebbe accaduto, se bruciava soltanto, senza scoppiettìo, le speranze sarebbero rimaste deluse.

Filastrocca:

 

Pasqua Befanìa tutte le feste le porta via,

responne Sant’Antonio cu’ Maria:

ancora ce sta la festa mia.

 

Le tradizioni popolari:

la festa di Sant’Antonio Abate

 

Sant’Antonio Abate nacque intorno al 250 d.C. a Coma, sul Nilo. Secondo la tradizione egli morì il 17 gennaio, giorno in cui viene festeggiato in tutta Europa. Egli è considerato il protettore degli animali ed il suo culto è particolarmente seguito in varie città della Ciociaria. Ad Arpino è usanza la distribuzione del cosiddetto "pappone", nella piazza di Santa Maria di Civita. Fin dal 1615 il 17 gennaio viene offerta la polenta ai poveri.

Ancora più antica è, in quel di Morolo, la tradizione della benedizione degli animali in piazza e del pranzo in comune a base di polenta. Capaci caldaie vengono poste davanti alla Chiesa Collegiata e, quando l’acqua bolle, una donna vi fa cadere una lenta e costante pioggia di farina di granoturco, mentre altre due comari dimenano grossi matterelli nella caldaia per far fondere la farina. In altre grandi caldaie si sta preparando un robusto sugo a base di salsiccie e grasso di maiale. Dopo la benedizione del Parroco, ogni donna porge la scodella che viene riempita di polenta e poi distribuita a tutti i paesani in piazza. La tradizione vuole che tutti ne assaggino almeno un poco, per devozione. Nel pomeriggio si concludono i festeggiamenti con la corsa degli asini ed il tiro alla fune tra le squadre della Parrocchia.

Ci si avvia alla festa

 

 

Le tradizioni popolari:

la festa di San Biagio

 

Questa festività cade il 3 febbraio ed è dedicata al Santo protettore dei mali della gola, San Biagio. Vissuto poco dopo l’anno 300, fu perseguitato e condannato a morte. La leggenda vuole che, proprio mentre era condotto al supplizio, salvasse un ragazzo al quale era rimasta conficcata una spina di pesce in gola. Da qui il culto popolare che lo ha elevato a protettore delle malattie della gola e l’usanza di porre una candela benedetta sulla parte malata per affrettare la guarigione. san Biagio è anche protettore dei cardatori di lana, per via degli strumenti di tortura adoperati su di lui.

La ricorrenza del 3 febbraio viene festeggiata a Fiuggi con la "Festa delle Stuzze". La tradizione medioevale vuole che San Biagio, la notte precedente il previsto assalto dei Saraceni alla città, avesse fatto apparire delle fiamme immaginarie convincendo i predatori di essere stati preceduti da altre orde barbariche che avevano già saccheggiato, distrutto e dato fuoco a tutto. Da qui il rito che vuole che la nottata precedente la festa, gruppi di paesani portino in giro tronchi d’albero accesi e carri crepitanti di fiamme, mentre cataste di legna ardono in vari punti della città.

 

Le tradizioni popolari:

il Giovedì grasso

 

In Ciociaria la ricorrenza è stata sempre vissuta tra balli, mascherate e cortei caratteristici. Fino all’inizio del secolo, a Morolo, Ceccano e Pofi, in questa giornata si svolgeva la "Caccia alla Bufala", una giostra popolare ad imitazione delle corride importate dalle truppe spagnole che per tanti anni hanno stazionato e scorrazzato nella zona. Un tratto della strada principale veniva sbarrato e vi veniva portata una bufala, incitata e sollecitata da gruppi di giovani che agitavano drappi rossi di stoffa e che la pungolavano con lunghe pertiche appuntite. La bestia, spaventata dal clamore della folla e aizzata dai giostratori, si scagliava a capo basso contro questi ultimi che cercavano scampo arrampicandosi sulle palizzate. Quando la bestia infuriata stava per raggiungerli, veniva distratta da altri gruppi che cercavano di richiamarne l’attenzione. In questo modo i giovanotti e la bufala percorrevano avanti e indietro più volte la strada, fino al completo esaurimento delle forze. Finita la "giostra", l’animale veniva ammazzato e la carne distribuita a tutti i paesani.

 

Le tradizioni popolari:

il Martedì grasso

 

Tra le tante iniziative che si sono sempre prese per l’ultimo giorno di Carnevale (sfilate di carri allegorici, feste mascherate, etc.), ricordiamo quella tipica di Frosinone, denominata la "Festa della Radeca". Ogni cittadino portava in giro per la città una foglia di agave o di aloe, con la quale doveva toccare la spalla di un forestiero, che veniva così ammesso alla festa. Il corteo rappresentava la rivolta della popolazione frusinate contro le truppe franco-polacche che, sulla fine del secolo scorso, erano state cacciate dalla città. Le randellate assestate sulla testa dei nemici, e quindi sui loro "kepì", erano passate nella tradizione col gesto di distribuire colpi di "radeca" (mazzate) sulle bombette, tube o cappelli duri che i malcapitati avessero indossato in quella occasione. Il carro era preceduto dalla banda musicale e dalle autorità, quindi seguiva la popolazione. Il fantoccio issato sul carro rappresentava il Generale Championnet, al quale erano dedicati omaggi satirici, pernacchie e sberleffi durante tutto il percorso. Giunto in Piazza della Prefettura, il Generale veniva spogliato della sua uniforme e dato alle fiamme tra il tripudio popolare.

 

 

Filastrocca

 

Carnevale vecchie i pazze

s’è impegnate gliu catenacce

i la moglie pe’ dispette

s’è impegnata gliu scallalette

i gliu figlie pe’ dulore

s’è impegnate gliu casarole

 

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