Nel 30° anniversario della morte di Brian Jones

Quel biondino che ci fece conoscere la "musica nera"

 

Era sicuramente la "Pietra" più affascinante, la più ammirata dalle ragazze, ma questo non era poi così difficile, visto che gli altri quattro "Stones" non risultavano particolarmente belli. Eppure, dicono i suoi biografi, era timidissimo.

Il biondo di Cheltenham, l’elegante cittadina del Kent di cui era originario, era stato l’artefice della nascita di uno dei gruppi che avrebbe sconvolto il panorama musicale degli anni ’60. Nel giro dei piccoli locali in cui si cominciava a suonare il blues ed il rhythm’n’blues di origine americana si faceva chiamare Elmo Lewis, in onore di uno dei suoi miti del blues, Elmore James. Suonava la musica dei negri americani, quel biondino dalla carnagione bianchissima, rendeva partecipe un pubblico di neofiti delle sofferte canzoni di Willy Dixon, Muddy Waters, Robert Johnson e tutti gli altri padri del blues. Anche i due giovanotti Mick Jagger e Keith Richards rimasero colpiti dalla personalità e dalla abilità di Brian, al punto di decidere di fondare un gruppo che avrebbe suonato "quella" musica. Trovata anche la sezione ritmica nelle persone dei due "tranquilli" Charlie Watts e Bill Wyman, nacquero i Rolling Stones, chiamati così su idea di Brian, che suggerì quel nome volgendo al plurale un brano di Muddy Waters. Dal 1963 alla metà del 1969, Brian partecipò alle glorie del gruppo che in notorietà fu secondo soltanto ai Beatles, ma che ebbe la forza di imporre un diverso tipo di musicalità, ignoto alla grande massa fino ad allora e limitato ai circuiti dei piccoli club dove personaggi in seguito leggendari come Alexis Korner e John Mayall facevano da chiocce ai giovani virgulti che in seguito avrebbero spiccato il volo verso la notorietà (oltre agli Stones, citiamo Eric Clapton, Jeff Beck, Peter Green, Jack Bruce, Mick Taylor, Robert Plant, Dick Heckstall Smith, tra i tanti).

Brian non solo indirizzò la musica degli Stones verso il blues, almeno nel primo periodo, ma visse con grande capacità artistica e spirito innovativo le successive fasi evolutive.

Dopo aver sedotto i fans di due continenti con le "svisate" ottenute con la chitarra "bootleneck", si dedicò con passione ed entusiasmo all’uso di altri numerosi e differenti strumenti, quali il pianoforte, il dulcimer, l’organo, l’armonica, la fisarmonica, il flauto, il mellotron, la marimba, e addirittura il sax in "You Know my name (Look Up the Number)" dei Beatles, lato B del singolo "Let it Be".

Come ha osservato my brother Mario nel lunghissimo intervento sul 1968 musicale (in Axe del Settembre 1998) "grazie ad un’invidiabile rapidità nell’apprendere i rudimenti di diversi tipi di strumento, arricchiva gli arrangiamenti del gruppo con colori inediti, allargando l’orizzonte oltre il blues e il rock’n’roll".

Quando nei concerti del 1967 si spegnevano le luci ed un solo faro scendeva sull’angelo biondo accovacciato sul "sitar" che faceva partire le zingaresche note di "Paint it Black", il pubblico restava per un attimo affascinato, quasi incantato, prima di esplodere in un entusiasmo corale. Sperimentò di tutto a livello musicale e tanti si chiedono come sarebbe stato un suo disco "da solo". Eppure era timido, anche e soprattutto all’interno degli Stones. Non ebbe mai vita facile con il duo dominante Jagger-Richards. Tutti i brani furono firmati dal binomio storico, anche quelli (Ruby Tuesday su tutte!) in cui era chiara a tutti l’influenza di Jones (qualcosa di simile si sarebbe ripetuta con colui che lo sostituì, l’altro biondo timido Mick Taylor, che infatti resistette soltanto cinque anni nel gruppo). Nel suo stupendo libro di memorie (Many Years from Now, 1997) Paul McCartney descrive sia le qualità artistiche e umane di Brian, sia le sue debolezze e le sue paure. Fa tenerezza il suo aneddoto su quella volta in cui i Beatles in giro per Londra sulla Rolls affiancarono la Austin di Brian, urlando al microfono "Accosta, sei in arresto!" e lui pensò che davvero lo volessero arrestare! Era così, Brian, tanto affascinante e apparentemente sicuro di sé, quanto fragile nei rapporti con gli altri. Il music business di fatto lo stritolò, frustrato nella vita privata (nonostante i vari figli sparsi per l’Europa non riuscì ad avere un rapporto sentimentale soddisfacente) come in quella artistica (lasciò i compagni del gruppo poco tempo prima di morire), pose fine alla sua breve vita nella piscina della sua villa a sud di Londra. Ricordo ancora quella mattina di luglio quando lessi della sua morte in una prima pagina dominata dalle notizie sulla prima avventura sulla Luna che l’uomo si apprestava a compiere. Brian la sua Luna non l’aveva trovata, aveva vissuto la sua breve vita alla ricerca di qualcosa che ancora stava cercando quando la sua storia si interruppe nel suo anno numero 27. Eppure il vuoto che ha lasciato nei suoi fans, pur non essendo paragonabile ad altri illustri estinti come Elvis, Hendrix. Morrison, Lennon ed altri, è ancora tangibile ed il Fan Club a lui intitolato scopre ogni giorno nuovi contatti da tutto il mondo. Noi non lo abbiamo conosciuto personalmente, forse lo abbiamo mitizzato anche troppo, come spesso succede con i personaggi dello spettacolo, ma abbiamo sentito forte dentro di noi l’esigenza di inviargli un caldo ed affettuoso saluto, a 30 anni dal suo addio, ricordandolo mentre pizzica la sua chitarra nell’interpretazione di "Little Red Rooster" di Willy Dixon, che anche grazie al suo intervento "slide", arrivò, tra la sorpresa generale, in vetta alle classifiche negli USA. Era il novembre 1964 e per la prima volta un brano "blues" scritto da un bluesman di colore (sia pure interpretato da bianchi) raggiungeva il N. 1 nella classifica dei "bianchi"!

Chi ha amato e ancora ama questa musica non può non renderne merito, anche in piccola parte, a Brian Jones.

 

Riccardo Milan