Appunti di viaggio in Ciociaria

(quinta fermata)

Giorni del Sole

 

Una danza

L’Eco di Roccasecca continua a pubblicare, a puntate, una lunga serie di articoli e di testimonianze, narrate in prima persona, che descrivono esperienze di viaggio in paesi ciociari. Ricordiamo che se qualche lettore volesse inviarci anche la sua "gita in Ciociaria", la prenderemmo senz’altro in considerazione.

Il racconto che proponiamo questa volta fu scritto da Michele Biancale, in occasione della pubblicazione di "Ciociaria 1957" per il trentennale della Provincia di Frosinone. Lo stile risulta alquanto aulico e ricco di termini oramai in disuso.

 

La raccolta dei fagioli doveva essere stata soddisfacente, giacché erano stati posti a seccare dentro molte scife di legno al sole sopra i varii poggi e poggetti di quel fondo costeggiato da un ramo del fiume, che dava l’avviata ad un paio di rotoni cigolanti e crepitanti di acqua di derivazione per irrigare la piana. Erano fagioli nuovi che al sole arricciavano la siliqua lasciando vedere i baccelli violacei screziati come globi di vetro venati. La raccolta abbondante portava con sé una festicciuola, cioè un semplice ballo rusticano, e dopo una cenetta di peperoni rossi, gialli e di vino.

L’organetto svariando per i campi con accordi larghi pareva dare l’avviso. Dai casolari attigui le contadine giungevano per viottoli traversi alla casa, guidati quasi dalle lucciole che accendevano i loro focherelli dopo brevi traiettorie all’oscuro Il luogo del ballo era una soletta fissata su d’un poggiolo da quattro o cinque murali, scabra di suolo e di parete arricciata di calce in cui una piccolissima nicchia conteneva un’immagine di San Donato patrono del male cattivo. C'era pure una finestra con un balcone di legno che urtava quasi sul tetto fatto di canne; e una scala con una balaustra di mattoni scendeva con due o tre gradini sul terreno. Due lanterne ad olio oscillanti blandivano gli intervenuti con una vicenda sommessa di ombre e luci confuse. E in cielo un po’ di luna, una scia di stelle sul dorso del onte, e intorno una pattuglia serrata di piante altissime di granturco, ciascuna col suo pennacchietto color saggina posto in tralice sulla mappa, ben custodito dalle guaine delle foglie.

 

Sul muretto basso sedevano gli uomini, tra cui il sonatore che apriva il mantice del suo strumento, come se stirasse il suo ampio torace, a creare l’onda lassa del suono che attende 1'inserirsi del canto a stesa. E ciò nell’attesa della danza; ma per questa teneva chiuso a metà il suo libro da sinistra, e sol con la destra sollevava un po’ l’ala del mantice sfogliando leggermente a scatti le pagine di quel soffietto. Il suonatore prendeva la posa dello strumento, legato per una correggiuola alla spalla, spiombandosi così lievemente a sinistra e rialzando la spalla e il cubito sulla destra. Suonava su due note affannose e brevi, in un tempo strettissimo. Le contadine scalze, appoggiate di schiena al muro, scivolavano lievemente lunghesso prima di lanciarsi. Ballavano a due tenendosi per una mano alta, creando un’ogiva immaginaria e girando in tondo con rapidissimi scatti dei piedi come se volessero scalpellare il terreno. L’oscillazione dei due corpi era sempre verso quella traccia di cerchio ch’essi segnavano in giro: un movimento di spirale non elastico, ma serrato e brusco, rotto fulmineamente dall'inserirsi di altra coppia che ricomponeva il traballante girare, come di trottola stanca, con una foga nova e improvvisa. E sempre quest’affannoso metro dell’organetto, come un’ossessionante ritmo di treno, come il rauco canto di cicale, e sempre quelle rinacciature sapienti al giro interrotto da quell’intervento a tempo dell'altra coppia nel punto di rottura. Talvolta le mani si staccavano, e la coppia poneva quasi a specchio i due corpi nella progressione obliqua. Danzando studiavano la tresca dei loro piedi, ed ecco che la monotonia di girare era rotta da colpi di mano dati palma a palma sotto la coscia del danzatore. Mani callose, e colpi legnosi, bruti e senza suono, come colpi di spole, come pale di mulino, come echi di gualchiere, come scatti di accette su tronchi in silenzi di campagne invernali. Dai bordi del cerchio essi entravano talvolta nel centro, l’uomo incalzando la donna che l’evitava di scarto, pure sfiorando appena, con la mano, la veste in basso, ad invito. L'organetto stringeva il tempo, ansimando, il libro del mantice tutto chiuso con appena una falda scoccante nella nota ripetuta, in attesa di una soluzione, nel suono e nella danza. Ma la donna sfuggita, ormai, si abbandonava ad un ballo d; Mènade, saltando con le gambe divaricate e battendo palma a palma le mani in alto, come se dovesse percuotere i due crotali, o i due piatti d’un timpano di latta. Altre coppie .s’infiammavano; altri modi d’interpretazione della stessa figura. L'uomo scavallava di fianco, a testa bassa, come se trainasse con agilità la pietra del molino; o, se grasso e impacciato, a pie’ fermi agitava le natiche, come qualche Sileno sullo smalto nero, in rosso di brique, d'un vaso ercolanense; o incrociava i piedi, slogorandoli nei malleoli, con la stessa docilità di due zoccoli, e dondolando, per contraccolpo, la testa dai due mostacci cadenti, come un mussulmano sospettoso e vendicatore.

Il suonatore tentava di rompere la maglia sempre più serrata di quella danza, liberando un ampio respiro dal mantice tutto teso del suo strumento. Ma la maglia non s’allentava. Colpi di mano s’alternavano a grida di piazza! I bimbi dormivano placidi, a terra, un sonno bruto, o appoggiati ai gradini della scala. Figure di osservatori si sporgevano dai murali che reggevano il tetto. Si affacciavano curiose teste cinte di ombre in cui si illuminava solo il bianco negli occhi. L’ombre si incrociavano sullo scialbo del muro: staccandosi da esso le donne le traevano a sé come grumi, le portavano nel centro del ballo, nel vivo fuoco di quella danza che le attirava come in un cerchio magico. E il suonatore traeva dal fianco del mantice chiuso schegge di suoni. Era stanco anche lui: alzava con le due palme l’organetto tenuto dalle due corregge, lo apriva lento in un accordo irresistibile al canto. La danza cessava di colpo, e una voce acuta e profondamente intonata usciva dalla gola, vergine, intatta, come un getto torbido ma vigoroso e sicuro e cadeva su tutti i cuori come una pioggia di fiori di fuoco nella fine delle sagre d’estate.

Pellegrini alla croce della Cimata

 

Temporale

Appena il sole superò il limite del mezzogiorno nel paese, come l'ombra s’allunga su di una grande lastra solare, una prima nuvola ragnata e labile lo velò un istante. Corse, come nel marzo, sui campi, dileguò sui monti qualche pènero di vite rampicante sulle facciate si scrollò ad una brezza passeggera. Il sole riprese la sua opera, ma già sul culmine delle montagne un esercito s’addensava in formazione compatta. Un nerume pesto si versava nell’ampissima coppa di sereno. Il grigio chiaro delle rocce diventò ferrigno: gli ulivi cresciutivi tra mezzo come sterpi magrissimi, si patinarono lividi.

Il tuono fu un borbottare morto, lontano: il lampo fu come un crisma fulmineo tracciato sulla fronte del cielo. I diversi strati di nuvole facevano un ribollire di corrente. Le rondini nel loro brigantaggio dell’aria parevano pazze di quel cataclisma. Tutta la terra si preparava ad essere risucchiata dall’aria: la sensibilità delle cime arboree fu la più provata: il mondo pareva una cosa stenta, cenciosa e frusta. Le campane volarono all’appello lamentoso sotto la potente mola del temporale che circuiva subdola. Il sole guardò ancora un istante: poi fu soverchiato.

Mandò ancora sui monti e sui poggi un telaio di raggi pallidi. Poi tutto fu spento. Il povero paese si stringeva nell’imminenza dell’uragano. Il coro discorde dei bronzi pregava per tutti il Dio vendicatore. L’epopea biblica incominciava su quelle case grigie accatastate e addossate. Dove si sarebbe potuta fermare l’arca dell’antico Noè? Sulla Madonna della Grazia? Sul monte San Casto? Su Sant’Angelo? Attesa degli embrici muscosi! Del fiume ch’era una vena da rinsanguare! Dei pioppi che palpitavano come fiammelle verdi curvandosi ai diagrammi segreti del fulmine sull’ardesia cupa del cielo! Profondo rombo annunziatore! E tutto fu come sempre!

Pellegrini

Sulle vie maestre, docili come guide intorno a cui gira la ruota vorticosa della terra, nell'agosto i carretti vanno al passo delle sonagliere, in una migrazione verso i varii santuari della regione.

Vanno al Santuario di Canneto, nella valle del Melfa freddissimo, tornano verso Sora, fermandosi al Santuario di San Domenico Abate. Cantano cantilene stanche: inzeppati nei carri le cui stanghe, per lo strapiombo sembra che debbano trarre in aria il cavallo che resiste nel suo sottopancia teso come una fascia; passano nei paesi che si trovano lungo la via, guardando con occhi pesti dal disagio le botteghe aperte a notte tarda, e i nottambuli sul ponte. Dove sarà il punto del loro alt?

Presso un’osteria, presso una fontana, presso uno stallaggio di sobborgo, o presso una chiesa? Io li vedo, gettati sul pavimento della chiesa cistercense di San Domenico, dormire come fakiri in trance un sonno di travertino. Chi li sveglierebbe?

 

Il Santuario della Madonna del Canneto