REPORTAGE ESCLUSIVO
Vedi Londra e raccontala sull’Eco
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Il nostro Direttore è volato a Londra con la famiglia durante le festività pasquali. Non si è trattato di un viaggio di piacere, come potrete immaginare, ma di un intenso tour di lavoro.
Sbarcati all’aeroporto di Heathrow, la prima informazione che abbiamo chiesto riguardava un biglietto ferroviario Londra-Longfield (come se un inglese chiedesse all’Ufficio Informazioni di Fiumicino notizie per un biglietto Roma-Caprile); Miria, mai pensando che l’impiegato conoscesse il paesino di Longfield è partita con una lunga premessa relativa a questo "small village near London" finché il tizio non l’ha bloccata dicendo che aveva capito benissimo: abitava a Longfield! (tornando all’esempio precedente, come se l’impiegato di Fiumicino provenisse da Caprile).
Dopo questo primo brillantissimo impatto abbiamo immediatamente fatto (anzi rifatto) conoscenza con la stupenda rete di trasporti londinese. Una decina di linee di metropolitana (Underground sulle cartine, ma qui tutti la chiamano Tube) e una innumerevole serie di raccordi ferroviari trasportano migliaia di persone da una parte all’altra della metropoli velocemente e comodamente, qualcosa ancora inimmaginabile da noi. Eppure, tradizionalisti all’eccesso anche nel fiore delle tecnologie più all’avanguardia, gli inglesi non finiscono di stupirci; e così, su questi vagoni ci accomodiamo su sedili imbottiti con la stoffa colorata con improbabili fantasie (tipo i nostri divani anni ‘60) e con evidenti "toppe" ricucite in luogo di strappi e tagli, nonché antigieniche macchie di vario genere qua e là. Tutto questo anche su un treno che porta da Victoria Station a Greenwich totalmente automatico, senza pilota (!).
Gli addetti all’Underground sono moltissimi, quasi tutti di colore e sfoggiano nuove divise di un blu elettrico che li fa apparire quasi finti. Abbiamo riscoperto il gusto di salire sugli autobus rossi a due piani, tipicamente londinesi, ovviamente accomodandoci al piano superiore. Ce ne sono anche normali, o a due piani ma di tipo moderno, con tutte le porte al posto giusto; noi abbiamo preferito i più vecchi, uguali a quelli che già giravano nei primi decenni del secolo, con l’apertura posteriore senza porta e la sbarra per sorreggersi nella salita. Il 13, il 23, l’11, l’8, sono numeri "storici" sui quali sali e ti fai portare, anche senza meta, attraverso le zone più note e più vecchie della città: vale più di un pullman turistico, garantito!
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Ovviamente nel mantenere autobus rossi, taxi neri Austin anteguerra, cabine rosse del telefono – reinstallate a viva forza dopo un tentativo di sostituirle con anonime cabine moderne in vetro e plastica – esiste una motivazione essenzialmente a carattere turistico-consumistico: molti souvenir, gadgets, adesivi, calamite, magliette etc. si basano su questi aspetti caratteristici della vecchia Londra. A proposito di cabine, al loro interno le pareti sono interamente tappezzate di biglietti da visita illustrati, spesso a colori, con signorine che vi invitano a casa a fare qualcosa che non crediamo sia propriamente degustare un classico tè alle 5 del pomeriggio. Evidentemente questo tipo di pubblicità è già diventata tradizione perché non la toglie nessuno. Per decenza non vi proponiamo le immagini relative.
Tornando ai mezzi pubblici, dedichiamo qualche riga al London Transport Museum a Covent Garden, una vera mecca per gli amanti di bus, vagoni, carri di ogni genere. Ci si può salire, provare l’ebbrezza di sedersi al posto di guida, accomodarsi sui vagoni di legno delle prime metropolitane, dedicarsi alla visione di documentari sulle prime fabbriche dei bus inglesi, dove gli operai addetti al montaggio ed alla verniciatura sfoggiano un inusuale eleganza data da camicia e cravatta ben visibili sotto la classica tuta da lavoro.
Tutto molto interessante, anche se una considerazione ci corre d’obbligo fare: questi inglesi riescono a farci pagare l’equivalente di circa £.23.000 per visitare un posto che tutto sommato ricorda da vicino un deposito dell’ATAC ben tenuto e ricco di gadgets.
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Venditore di baked potatoes a Portobello
Passiamo al cibo. Gli inglesi mangiano abbastanza male, non lo scopriamo noi, di tutto e a tutte le ore. Marco restava sbalordito ed indignato nel guardare persone sedute al tavolo di un locale a sbocconcellare pesce e patate o uova e piselli innaffiando il tutto con del cappuccino caldo alle 4 del pomeriggio come alle 10 del mattino!
Accanto alla cucina tipicamente inglese si può trovare di tutto: cinese, indiana, pakistana, messicana, americana, araba, italiana, francese, tedesca, insomma per tutti i gusti. Devo dire, per onestà, che continuo a trovare soddisfacenti alcuni piatti britannici, come il breakfast ricchissimo (uova al bacon, salsicciotti, toast col burro salato e marmellata di arance, cereali, formaggio e quant’altro), le jacket – o baked - potatoes (patate arrostite con tutta la buccia e servite ripiene di ciò che si preferisce, soprattutto burro salato e prezzemolo), le torte di mele, anche se risultano un po’ troppo dolci. Non molto, è vero, rispetto alle nostre usanze e tradizioni, ma bisogna sapersi accontentare in un paese in cui il cibo non sembra suscitare grandi entusiasmi. Eravamo seduti, si fa per dire, su quella specie di strapuntini posti alle fermate dell’autobus intorno alle 13, quando un’elegante signorina, appollaiata come noi in attesa del "bus", ha tirato fuori una vaschetta sigillata, l’ha aperta e ha cominciato a degustare con una forchettina dei mirabili gamberetti in salsa. Quale posto e quale posizione poetica per un simile piatto esotico! Marco, sdegnato, proponeva severi richiami ed anche multe per i recidivi.
A proposito di abitudini alimentari non possiamo non raccontare la cena "italiana" in purissimo stile inglese offertaci dagli amici Jenkins di Longfield, la sera di sabato 22 aprile.
Judy ha cucinato per noi degli spaghetti al ragù lontani parenti di quelli nostrani in quanto a cottura e a condimento, nondimeno affascinanti e tutto sommato godibilissimi (io e Marco abbiamo bissato, abbondando con il sugo che conteneva, oltre al pomodoro e alla carne trita, tutta una serie di verdure a pezzetti, dai peperoni ai porri). Di secondo c’era del pollo e una grande varietà di verdure ad insalata, rigorosamente scondite, da intingere in differenti salse (all’aglio, al pomodoro, al cetriolo) prima di essere mangiate. La torta di mele, servita calda, era eccellente e dal gusto molto "British". L’alimentazione inglese garantisce ottimo nutrimento anche agli animali, almeno a giudicare quelli di Judy e David (Dai per gli amici): il loro gatto è abbastanza sovrappeso, i due pesciolini rossi sembrano oramai due tonni!
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Casa Jenkins a Longfield
La cittadina di Longfield sembra uscita da un plastico dei trenini elettrici. Tutta linda ed ordinata, con i giardini curatissimi, i due pub, la biblioteca comunale, la "main street" con i negozi e la stazioncina da cui passano i treni da e verso Londra e da e verso Dartford (il capoluogo di regione, patria di Mick Jagger e Keith Richards).
Ma a Londra si pensa più a bere che a mangiare e noi non potevamo esimerci dal santificare tutti i pub che abbiamo incontrato.
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Il "Maiale nel recinto"
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La "Testa di Shakespeare": il mezzobusto affacciato del drammaturgo inglese sembra proprio reale!
Laddove non è stato possibile fermarci, anche per evitare la messa in mora da parte dei figli che volevano evitarci l’arresto per ubriachezza, abbiamo almeno scattato una foto alle stupende insegne. Questi locali, celebri in tutto il mondo, sono rimasti esattamente com’erano due o trecento anni fa, con gli interni in legno massiccio, le decorazioni di ottone, le insegne artisticamente dipinte ed i nomi caratteristici. Tra i tanti, ricordo una pastosa Guinness gustata al Woodstock, in Woodstock Street (un caso più unico che raro di luogo e strada che collimano, ma di questo parleremo più avanti); il locale si trova lì dal 1736.
Il pub viene utilizzato come punto di riferimento anche da un punto di vista topografico. Sul sito internet della squadra di calcio del Fulham c’è la spiegazione per raggiungere lo stadio, che si trova aldilà di un parco lungo il Tamigi. Sarebbe stato sufficiente scrivere "all’uscita della metropolitana girare a destra lungo Raneleigh Gardens fino all’imbocco con Bishop Park, quindi attraversare il parco …"; invece c’è scritto di "entrare in Bishop Park all’altezza del pub Eight Bells". Il pub c’è, ed è anche molto affollato prima della partita, ma la sua identificazione non ci sembra basilare per raggiungere lo stadio!
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Le "Otto campane" che conducono allo Stadio
E parliamo di calcio, uno degli sport preferiti dagli inglesi. Sembra strano, eppure l’impressione che abbiamo avuto è di un calcio vissuto in modo passionale, coinvolgente, ma senza le esasperazioni che ben conosciamo in Italia. Nel paese che ha generato i famigerati Hooligans non abbiamo assistito a scene violente, neanche nel linguaggio. Abbiamo visto nonni e nipotini andare allo stadio con la sciarpa dei colori avversi alla squadra di casa; fans di opposte tifoserie uscire spalla a spalla a fine partita, addetti alla sicurezza che ci hanno avvicinato a fine gara per offrire tortini alla carne (le terribili pork-pies!).
Non abbiamo potuto assistere ad un incontro della massima serie (qui si chiama Premier Division) perché i biglietti erano tutti esauriti (e questo è un cambiamento rispetto a vent’anni orsono), ma anche se avessimo potuto, i prezzi sarebbero stati molto alti, proprio come in Italia, mentre negli anni ’70 c’era un rapporto di 1 a 5 a loro favore e andare a vedere una partita in tribuna costava quanto una curva da noi. E così siamo andati a vedere una partita di serie B – che qui chiamano First Division – tra il Fulham di Al Fayed ed il Nottingham Forest, ex Campione d’Europa allenato dalla nostra vecchia conoscenza David Platt. Per andare allo stadio del Fulham bisogna scendere alla fermata di Putney Bridge, mentre se scendete alla stazione di Fulham state a due passi dal campo del Chelsea (!); nessuna meraviglia, dal momento che se volete assistere alle partite del Queen’s Park Rangers non vi venga in mente di scendere a Queen’s Park, dove non ci sono stadi, bensì a Shepherd’s Bush! Allora, penserete, se voglio recarmi a vedere l’Arsenal non devo scendere ad Arsenal: invece sì, in quel caso stazione della Tube e stadio coincidono! Siamo o non siamo in Inghilterra? Londra è forse l’unica città al mondo in cui esiste London Street, come se a Roma avessimo Via Roma…

Suonatore di steelpan, strumento caraibico, lungo Portobello Road, strada ad alto richiamo turistico, ma che conserva un suo caratteristico fascino
A Londra esistono tanti modi per definire una strada (Street, Road, Avenue, Terrace, Mews e così via), e si possono trovare strade diverse con nomi simili dislocate in differenti zone. Non è assolutamente sicuro che Inverness Terrace sia adiacente ad Inverness Street, così come Inverness Square potrebbe trovarsi a 20 km di distanza! Come scriveva Pierre Daninos nel simpaticissimo "I segreti del Maggiore Thompson" (1956) "se non esistessero 23 High Street, 13 King Street e 11 Duke Street che merito ci sarebbe a trovare la propria strada?".
Capitolo a parte il clima di Londra e le sue ripercussioni sul vestiario degli indigeni. Noi non facciamo testo in quanto, suggestionati dalle funeste previsioni colte su Internet siamo partiti come Totò e Peppino quando si recano a Milano vestiti da russi (Totò, Peppino e la Malafemmina), ma certamente gli abitanti del posto sono alquanto curiosi. Le donne nella quasi totalità non indossano calze: sia sotto lunghi stivali anni ’70 che sotto prematuri sandali estivi sfoggiano le bianche e rosee gambe nude, ancorché rese chiazzate dal freddo (che c’è!). Abbiamo visto gli accostamenti più disparati nello stesso giorno: uomini con giacca di tweed, cappello e calzoncini corti, ragazze con abitino estivo leggerissimo sotto enormi giacche a vento, ragazzi in maniche corte o canottiere accanto a coetanei infagottati in felpe pesantissime. Il cielo a Londra è spesso grigio, si sa, ma appena il vento sposta un pochino le nuvole ed appare un raggio di sole, molte persone si sentono in dovere di spogliarsi, come se la temperatura si alzasse di una decina di gradi! Abbiamo visto, in una giornata ventosa e non certo calda, due ragazzini gettarsi vestiti in una piscinetta all’interno di un parco giulivi e festanti appresso ad un grosso salvagente color fucsia: Li avessero visti certe mamme italiane …
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Claudia fotografata mentre immortala lo scoiattolo
I parchi pubblici sono bellissimi, pulitissimi, verdissimi, grandissimi e ben curati; si incontrano corvi e scoiattoli, papere ed anatre, gente che va a cavallo e in bicicletta o che fa footing, persone che portano a spasso i cani raccogliendone i bisognini che gettano in appositi raccoglitori ermetici posti in luoghi strategici. Ma sapete qual è l’aspetto più bello? Che su quell’erbetta così ben tenuta, fatta eccezione per qualche aiuola particolare, non c’è mai scritto "Vietato calpestare" e ci si può stare tutto il tempo che si vuole, seduti o distesi quasi increduli di trovarsi nel cuore di una delle più grandi città del mondo… Peccato che la pioggerellina inglese la mantenga quasi perennemente bagnata ed umidiccia…
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A Londra c’è il semaforo anche per i ciclisti
Ma Londra non presenta soltanto vecchie ed immutabili tradizioni, anzi, con il "Millennium Dome" ci trasporta negli ambienti del futuro più tecnologizzato. Una gigantesca cupola con un diametro di circa un km contiene una città virtuale con i suoi molteplici percorsi. Esaltato da molti, criticato da altri soprattutto per l'ingente spesa sostenuta per la sua realizzazione, il Dome rappresenta il nostro futuro prossimo. E non dimentichiamo il "London Eye", una ruota altissima, innalzata, per l’anno 2000, sul Tamigi di fronte al Parlamento e dalla quale si domina lo spettacolo della più grande capitale d’Europa.
Non solo nebbia, dunque, a Londra. Quella "nebbia negli occhi e nella gola" quella "nebbia su per il fiume, nebbia ovunque" citata da Dickens in Casa desolata (1853). Una città dove convivono innovazione e tradizione. Ci sarebbe tanto altro da dire, ma dobbiamo necessariamente mettere un punto di conclusione alla nostra storia. Fino alla prossima avventura a Londra. Una cosa è certa: ci torneremo. Sì, perché, come scrisse il Dr. Johnson (1709-1784): "Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco di vivere"
Riccardo Milan