Calcio d’altri tempi:
Storia di un attaccante che volle mantenere immacolata la sua maglietta ….. nel fango!
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Voglio raccontare un aneddoto di stampo calcistico che mi è però venuto in testa attraverso uno di quegli strani, ma belli, percorsi mentali che a volte si innescano grazie a situazioni le più diverse e che apparentemente non hanno proprio nulla in comune. A ben vedere poi invece qualcosa che lega il tutto c’è, magari solo e semplicemente il filo rosso della nostra esistenza. Comunque cerco di spiegarvi come mi è passata per la mente questa vecchia storia. Di recente non vi sarà sfuggito l’avvicinamento che c’è stato fra il nostro "gruppo dell’Eco" e la Val di Comino. Grazie soprattutto a Gigio, ma anche a Silvio, abbiamo operato lo sconfinamento nella valle a noi vicina geograficamente e culturalmente. Così sono arrivati Benedetto, Mauro e company. Poi la scoperta di Fulvio e tutto quello che ne consegue e, non ultimo, il buon Fernando con la sua cucina, la sua atmosfera di cose perdute e l’incredibile listino. Tutte cose che, più o meno, hanno trovato e trovano il loro spazio anche sul giornale a testimonianza di questo interscambio che, mi auguro, continui e si intensifichi. Per esempio sono certo che Fulvio potrebbe quanto prima scrivere qualcosa per il nostro Eco. Magari una delle sue storie che affondano le radici nella vita remota della gente della Valcomino. A questo punto quelli che avranno avuto la pazienza di avermi seguito si staranno chiedendo: ma che c’entra tutto questo con l’aneddoto calcistico? Un attimo prego.
Allora: dovete sapere che quando alcuni di noi militavano nelle giovanili del Roccasecca calcio la trasferta per affrontare sul loro campo le squadre della Val Comino era spesso una specie di incubo. Perché ? Beh, i motivi erano molteplici. Il primo era costituito dal Tracciolino, la mitica strada che collega le due valli seguendo il corso del Melfa, che adesso amo profondamente ma che allora con le sue mille curve rappresentava una specie di Scilla e Cariddi in quanto percorso obbligato ( allora non c’era la superstrada Cassino – Sora) che invariabilmente ci scombussolava lo stomaco. Nel migliore dei casi arrivavamo a Casalvieri con le budella in subbuglio e la faccia bianco cadaverico. Non era raro vedere una delle macchine dei dirigenti che componevano la nostra comitiva ferma sul ciglio della strada con qualcuno di noi appeso al muretto a vomitare anche l’anima. Aggiungeteci che , quando andava bene, si arrivava al campo dove si doveva giocare solo una mezz’oretta prima del fischio d’inizio. Altro che ritiri e acclimatamenti che si usano nel calcio di oggi. Si scendeva dalle macchine, di corsa negli spogliatoi a cambiarsi mentre il prode massaggiatore Ciccillo tirava fuori le maglie e il termos del the. Ricordo perfettamente quei momenti. Troppo bello l’inconfondibile odore della canfora, l’olio con cui il massaggiatore cercava di scaldarci i muscoli frizionandoci le gambe. Tenete conto che in inverno la Val Comino è fredda parecchio e spesso trovavamo la neve e , comunque, la pioggia e il fango stile Roubaix ( passatemi il paragone un pò irriverente). Nello spogliatoio noi nudi rabbrividivamo attendendo che mister Sacco si decidesse a snocciolare la formazione. Anche per me che ero certo del posto in squadra, erano sempre attimi emozionanti perché non riuscivo a non trepidare per i compagni che erano in bilico fra panchina e maglia da titolare in quanto conoscevo la loro voglia di giocare e i sacrifici fatti in settimana per allenarsi correndo al campo appena scesi dal treno che ci riportava a casa da Cassino, dopo la scuola.
Comunque l’autorità del mister era totale. Per noi era un idolo, aveva giocato anche al Prater di Vienna con la Nazionale dei ferrovieri. Di lui calciatore ricordo un gran gol , a volo praticamente da centrocampo, segnato a San Giorgio che significo’ per Roccasecca la vittoria di un campionato. Pioveva a dirotto, la palla arriva su rinvio del loro portiere quasi nel cerchio del centrocampo: Tommasino, che sarebbe poi diventato il mio allenatore, ma allora avevo credo circa 8 anni, si avventa e calcia al volo di collo pieno. Palla all’incrocio, imprendibile. Incredibilmente le nubi si aprono e, vi giuro è tutto vero, salta fuori un sole accecante. Io resto immobile e penso che Tommasino è un dio capace di piegare non solo gli avversari ma anche la natura.
Ecco, pensate se qualcuno di noi pensava di permettersi di discutere le sue scelte di allenatore.
Ma torniamo all’episodio che voglio raccontarvi. Tommasino dà a formazione e, un po’ a sorpresa schiera Benedetto all’ala sinistra a far coppia d’attacco con Franco Rossini.Da capitano pensai che la scelta fosse quantomeno azzardata perché Benedetto era leggerino e non era certo un lottatore, ma non dissi niente, figuriamoci. Non mi sarei mai permesso. Lo aveva deciso Tommasino e perciò era la scelta migliore comunque. Giocavamo contro Atina e il campo era in basso, al piano lungo la strada che porta a Picinisco. Terreno pesantissimo, pozzanghere e fango avevano avuto di gran lunga la meglio sull’erba. La partita si fa subito durissima per noi perché Atina ha sempre avuto squadre fortissime e composte di ragazzi più grandi e più "fisici " di noi. A 14/15 anni il particolare è spesso decisivo. Ci stringono in difesa e io che giocavo da "libero", dietro a tutti e davanti solo al portiere, ricordo che dovetti mettere da parte quasi del tutto la tecnica di cui pure andavo fiero per impugnare la clava. Allora giù falli e entrate in scivolata con avversari spesso sollevati da terra. Dopo 10 minuti eravamo tutti con la maglia coperta di fango; da azzurra era diventata marron/nero per tutti tranne che per uno: Benedetto, detto Peters per una molto vaga somiglianza con Martin Peters campione del mondo con l’Inghilterra nel ’66. Lui è sempre stato un elegante, un preciso, e ci teneva a non sporcarsi; così evitava accuratamente il fango e non si buttava mai tirandosi sempre indietro nel timore che un contrasto avrebbe potuto farlo cadere. Un po’ tutti noi che stavamo invece sfacchinando lo avevamo notato e cominciammo a rumoreggiare nei suoi confronti: dapprima esortazioni, ma poi parolacce e infine minacce. Niente da fare. Ma il colmo doveva ancora arrivare. Verso la fine del primo tempo succede che Franco Rossini lavora una bella palla e lancia Benedetto in un contropiede che potrebbe portarlo solo davanti alla porta di Atina. Lui scatta, non ha nessun difensore davanti, ma per evitare una pozzanghera e non inzaccherarsi ci gira incredibilmente intorno, perde così tempo e il portiere di Atina in uscita lo anticipa. Quello che gli dicemmo è chiaramente irripetibile, ma appena l’arbitro fischiò la fine del 1° tempo ci avventammo su di lui infuriati. Ma il massimo fu vedere Franco Rossini staccare un ramoscello da una pianta, di quelli sottili e flessibili, il classico "vinchio" per capirci. Con quello in mano cominciò a rincorrerlo per tutto il campo con gli avversari e gli spettatori che guardavano increduli. Uno spettacolo esilarante. Inutile dire che mister Tommasino Sacco, che ha sempre prediletto una sana tattica difensiva non si fece pregare per sostituire Benedetto immettendo un altro difensore al suo posto, raccomandandomi per l’ennesima volta di non abbandonare mai la posizione evitando qualsiasi proiezione offensiva e dicendo a tutti noi che il primo che non fosse Franco Rossini che si fosse azzardato ad andare avanti avrebbe fatto i conti con lui . Ma torneremo un’altra volta sulle filosofie calcistiche che ispiravano la nostra squadra, altra fonte di storie gustose.
F.V.