L’Eco di Roccasecca

Anno 5, n.29 Settembre-Ottobre 2000

 

Mr. Dickens

Cari lettori, è trascorsa un’altra estate, si torna al lavoro, si riaprono le scuole, esce la ventinovesima edizione dell’Eco. Di solito le riviste propongono tanti libri prima dell’estate, immaginando che la gente abbia più tempo da dedicare alla lettura, sdraiata sotto l’ombrellone o seduta al fresco in qualche amena località. Noi d’estate leggiamo di meno, perché a Roccasecca si sta sempre in compagnia, fino a tardi e tempo a disposizione ne resta veramente poco. E allora abbiamo pensato di dedicare l’apertura di questo numero autunnale dell’Eco dandovi qualche consiglio "letterario". Lasciando da parte gli ultimi best seller di cui già saprete tutto, vogliamo proporvi una lettura più attenta di uno scrittore molto amato in patria ma spesso relegato, almeno in Italia, nell’ambito della letteratura dell’infanzia. Parliamo di Charles Dickens, che ebbe grande notorietà pubblicando i suoi romanzi a dispense, secondo il costume dell’epoca, tenendo sulla corda le migliaia di lettori che volevano sapere "come andava a finire" la storia degli sfortunatissimi Oliver Twist e David Copperfield o dell’allegra compagnia del Circolo Pickwick: un effetto simile a quello provocato dalle odierne "telenovelas" . Perdonateci l’infausto ed ingiusto accostamento. Indubbiamente i contenuti dei libri di Dickens sono di livello notevole, soprattutto da un punto di vista sociale, anzi egli può essere considerato l’inventore del romanzo sociale. Difficile, anzi probabilmente ozioso, sarebbe volerlo contraddistinguere politicamente. Egli non è tenero con i "padroni", denuncia le condizioni miserrime in cui vivono gli strati sociali più bassi (soprattutto i bambini), ma non ha neanche fiducia nelle organizzazioni sindacali e non crede alla possibilità che possa emanciparsi da sola quella classe che sarà definita in seguito "proletariato". Dickens "descrive" ed offre spaccati di vita della società neoindustriale di grande effetto. Leggete la descrizione – sotto certi aspetti di grande attualità -della tipica città dominata dalle fabbriche, da Tempi difficili del 1854:

"Coketown non era contaminata da tracce di fantasia. Era una città di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero permesso. (…) Era una città di macchinari e di lunghe ciminiere, dalle quali strisciavano perennemente interminabili serpenti di fumo, che non si srotolavano mai. C’era un canale nero e un fiume che scorreva, arrossato da tinture maleodoranti, e c’erano enormi blocchi di costruzioni piene di finestre in cui si sentiva tutto il giorno il tintinnio tremolante e in cui il pistone della macchina a vapore andava su e giù con monotonia, come la testa di un elefante colto da una pazzia malinconica. La città aveva molte grandi strade tutte uguali l’una all’altra, abitate da persone tutte uguali l’una all’altra, che uscivano ed entravano alla stessa ora, facendo lo stesso rumore sugli stessi marciapiedi, che avevano tutte lo stesso lavoro e per le quali ogni giorno era uguale al giorno precedente e a quello futuro, e ogni anno era la copia dell’anno passato e di quello ancora di là da venire. (…). La prigione avrebbe potuto essere l’ospedale, l’ospedale avrebbe potuto essere la prigione, il municipio avrebbe potuto essere l’uno o l’altra o tutti e due. (…) Fatti, fatti, fatti ovunque nell’aspetto materiale della città; fatti, fatti, fatti ovunque in quello spirituale e ciò che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare a buon mercato o vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto esistere, nei secoli dei secoli, amen"

Sempre sullo stesso libro leggiamo le condizioni di chi in quelle fabbriche passava quasi tutta l’esistenza, nelle amare parole di uno dei protagonisti, lo sfortunato tessitore Stephen Blackpool:

"Guardatevi intorno, guardate la città – ricca com’è – e vedrete quanta gente è nata qui, per tessere, per cardare e per guadagnarsi da vivere, sempre nello stesso modo e alla stessa maniera, dalla culla alla tomba. (…) Guardate come viviamo e dove abitiamo, quanti siamo, e come è sempre uguale la nostra vita. (…) Pensate a come ci considerate, a quello che scrivete di noi, a quello che dite di noi, pensate al fatto che voi avete sempre ragione e noi sempre torto, e non abbiamo mai avuto ragione da quando siamo nati. Chi può guardare tutto questo e non riconoscere onestamente che è un imbroglio?"

Se vi piace questo genere di libri, un po’ antiquati nello stile forse, ma sotto alcuni aspetti ancora attuali, pur nella loro ingenuità e nell’eccessivo sentimentalismo, vi ricordiamo, oltre a quelli già citati, l’indimenticabile Canto di Natale e poi Nicholas Nickleby, La piccola Dorrit, Le due città, Casa desolata, La bottega dell’antiquario, Grandi speranze, Il nostro comune amico. Un buon inizio d’autunno a tutti.

Il Direttore

(in alto : Mr Pickwick esce di casa, da una stampa)