|
Mr. Dickens
Cari lettori, è trascorsa un’altra estate, si torna al
lavoro, si riaprono le scuole, esce la ventinovesima edizione dell’Eco. Di
solito le riviste propongono tanti libri prima dell’estate, immaginando che la
gente abbia più tempo da dedicare alla lettura, sdraiata sotto l’ombrellone o
seduta al fresco in qualche amena località. Noi d’estate leggiamo di meno,
perché a Roccasecca si sta sempre in compagnia, fino a tardi e tempo a
disposizione ne resta veramente poco. E allora abbiamo pensato di dedicare l’apertura
di questo numero autunnale dell’Eco dandovi qualche consiglio
"letterario". Lasciando da parte gli ultimi best seller di cui già
saprete tutto, vogliamo proporvi una lettura più attenta di uno scrittore molto
amato in patria ma spesso relegato, almeno in Italia, nell’ambito della
letteratura dell’infanzia. Parliamo di Charles Dickens, che ebbe grande
notorietà pubblicando i suoi romanzi a dispense, secondo il costume dell’epoca,
tenendo sulla corda le migliaia di lettori che volevano sapere "come andava
a finire" la storia degli sfortunatissimi Oliver Twist e David
Copperfield o dell’allegra compagnia del Circolo Pickwick: un
effetto simile a quello provocato dalle odierne "telenovelas" .
Perdonateci l’infausto ed ingiusto accostamento. Indubbiamente i contenuti dei
libri di Dickens sono di livello notevole, soprattutto da un punto di vista
sociale, anzi egli può essere considerato l’inventore del romanzo sociale.
Difficile, anzi probabilmente ozioso, sarebbe volerlo contraddistinguere
politicamente. Egli non è tenero con i "padroni", denuncia le
condizioni miserrime in cui vivono gli strati sociali più bassi (soprattutto i
bambini), ma non ha neanche fiducia nelle organizzazioni sindacali e non crede
alla possibilità che possa emanciparsi da sola quella classe che sarà definita
in seguito "proletariato". Dickens "descrive" ed offre
spaccati di vita della società neoindustriale di grande effetto. Leggete la
descrizione – sotto certi aspetti di grande attualità -della tipica città
dominata dalle fabbriche, da Tempi difficili del 1854:
"Coketown non era contaminata da tracce di fantasia. Era
una città di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il
fumo e la cenere lo avessero permesso. (…) Era una città di macchinari e di
lunghe ciminiere, dalle quali strisciavano perennemente interminabili serpenti
di fumo, che non si srotolavano mai. C’era un canale nero e un fiume che
scorreva, arrossato da tinture maleodoranti, e c’erano enormi blocchi di
costruzioni piene di finestre in cui si sentiva tutto il giorno il tintinnio
tremolante e in cui il pistone della macchina a vapore andava su e giù con
monotonia, come la testa di un elefante colto da una pazzia malinconica. La
città aveva molte grandi strade tutte uguali l’una all’altra, abitate da
persone tutte uguali l’una all’altra, che uscivano ed entravano alla stessa
ora, facendo lo stesso rumore sugli stessi marciapiedi, che avevano tutte lo
stesso lavoro e per le quali ogni giorno era uguale al giorno precedente e a
quello futuro, e ogni anno era la copia dell’anno passato e di quello ancora
di là da venire. (…). La prigione avrebbe potuto essere l’ospedale, l’ospedale
avrebbe potuto essere la prigione, il municipio avrebbe potuto essere l’uno o
l’altra o tutti e due. (…) Fatti, fatti, fatti ovunque nell’aspetto
materiale della città; fatti, fatti, fatti ovunque in quello spirituale e ciò
che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare a buon
mercato o vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto
esistere, nei secoli dei secoli, amen"
Sempre sullo stesso libro leggiamo le condizioni di chi in
quelle fabbriche passava quasi tutta l’esistenza, nelle amare parole di uno
dei protagonisti, lo sfortunato tessitore Stephen Blackpool:
"Guardatevi intorno, guardate la città – ricca com’è
– e vedrete quanta gente è nata qui, per tessere, per cardare e per
guadagnarsi da vivere, sempre nello stesso modo e alla stessa maniera, dalla
culla alla tomba. (…) Guardate come viviamo e dove abitiamo, quanti siamo, e
come è sempre uguale la nostra vita. (…) Pensate a come ci considerate, a
quello che scrivete di noi, a quello che dite di noi, pensate al fatto che voi
avete sempre ragione e noi sempre torto, e non abbiamo mai avuto ragione da
quando siamo nati. Chi può guardare tutto questo e non riconoscere onestamente
che è un imbroglio?"
Se vi piace questo genere di libri, un po’ antiquati nello
stile forse, ma sotto alcuni aspetti ancora attuali, pur nella loro ingenuità e
nell’eccessivo sentimentalismo, vi ricordiamo, oltre a quelli già citati, l’indimenticabile
Canto di Natale e poi Nicholas Nickleby, La piccola Dorrit, Le due
città, Casa desolata, La bottega dell’antiquario, Grandi speranze, Il nostro
comune amico. Un buon inizio d’autunno a tutti.
Il Direttore
(in alto : Mr Pickwick esce di casa, da una stampa)
|