Dai racconti di S. G. Zincone
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Proseguendo in questa prima parte dell’Eco n. 30, dedicata alla cultura e all’aneddotica ciociara, abbiamo scelto un’altra pagina classica, tratta dal libro di racconti su Casalvieri – già presentato su questi schermi – di Serafino Gino Zincone, papà del nostro amico Silvio. Come scrive l’autore nella nota introduttiva "I racconti che qui presento al lettore riguardano –fatti accaduti realmente o leggende trasmesse oralmente da nonne, zii ed anziani dalla ferrea memoria; tratteggiano il carattere casalvierano, ora violento, ora romantico, ora ironicamente amaro o comico". |
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L'Arpinate buongustaio
Un arpinate, tale Mimmino, diretto discendente del famoso brigante Mammone, aveva dei congiunti a Casalvieri. Era un tipo estroverso, alquanto violento e, soprattutto, amante della buona tavola. Un giorno a Casalvieri, un congiunto di Mimmino venne a mancare all'affetto dei suoi cari. In quel tempo, come da uso e costume in caso di morte, nella dimora del defunto veniva sospesa ogni attività. Anche la cucina restava inattiva. I parenti prossimi o anche vicini preparavano il desinare per due o tre giorni, portandolo ai familiari in lutto, nonché caffè ed altro per le piangenti e quanti altri vegliavano nella camera ardente.
I pranzi erano davvero saporiti e sostanziosi, dato che ogni casalinga teneva a fare bella figura mostrando le proprie arti culinarie ed anche perché la bontà ed il profumo delle vivande dovevano stimolare l'appetito ed aprire gli stomaci a persone intristite. Quel giorno il pranzo stava per iniziare e tutti i congiunti erano pronti ad assalire, in religioso silenzio, la montagna di tagliatelle poste davanti a loro. Improvvisamente si udì il rombo di una potente motocicletta. Era Mimmino che, sceso e toltosi il casco in pelle e gli occhialoni, entrò e si sedette al fianco di uno zio e osservò con meraviglia quelle fumanti pietanze. In verità, non essendo a conoscenza del decesso, non era venuto per rendere omaggio al morto ma per chiedere qualcosa allo zio. Prese subito parte al banchetto ed appena assaggiata la prima forchettata ruppe il silenzio funebre esclamando ad alta voce, in perfetto gergo e cadenza arpinate: "Wuaa, gnor zì, cumm so bon! Chi gliè fatt'?" (Oh, signor zio, come sono buoni! Chi li ha cucinati?). Fu subito zittito sommessamente, ma non appena ebbe sorseggiato il vinello bianco ruppe di nuovo il silenzio: "Wua! i chess è ancora mieglie! Eh ziziì perché non te ne fiè rà na ramigiana?" (Oh e questo è ancora meglio! Perché non te ne fai regalare una damigiana?) Lo zio che conosceva bene il nipote e sicuro del motivo della visita, sottovoce sussurrò: "Mimmì, quanta vuò stavota?" (Dimmi, quanto ti serve questa volta?) Venti lire, rispose Mimmino. Eccotene cinque e stai zitto concluse lo zio. Mimmino stese la mano sotto la tovaglia, prese le cinque lire dopo di che finì il pranzo senza parlare. Poi ruppe di nuovo il silenzio, ruttando rumorosamente, si alzò lento e fece per uscire. Si fermò sull'uscio e rivolto a tutti a mo’ di saluto disse: "C' v'ram' alla prossima occasione e speriamo ca faciat'na festa perché, zizì, s' v'abbuttat'a sa manera chi muort, magginam 'c c'attrippate faciate chi uiv!" (Ci rivediamo alla prossima occasione e speriamo che sia una festa, perché, zio, se mangiate in questa maniera con i morti figuriamoci che scorpacciata fate con i vivi'?!). |