I racconti a puntate dell’Eco
Il tenente e il gatto (2)
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Dopo l'infausta battaglia, il tenente e il gatto ripararono in una capanna all'apparenza disabitata. Appena entrato il tenente si accasciò a terra - ormai le forze lo avevano abbandonato - e il gatto si acciambellò vicino ad un tavolo. Quando il tenente si risvegliò, si accorse di avere una spalla fasciata, avvertiva un gradevole calore attraversagli il corpo. Vide una donna in piedi davanti a lui, gli dava le spalle, era intenta a versare del cibo al gatto; il micio era concentratissimo, con il suo sguardo non perdeva mai di vista i movimenti delle mani della donna che stavano riempiendo una ciotola. Il tenente si alzò a sedere sul giaciglio e allora la donna si voltò: i capelli neri incastonavano un viso di una bellezza quasi fanciullesca; ma quello che colpì di più il tenente furono gli occhi blu: fieri e dolci allo stesso tempo. La donna sorrise apertamente al tenente e questi si sentì nuovamente confuso, ma anche rinvigorito. Gli occhi del tenente e della donna si cercarono, lui le chiese << come ti chiami?>>, << Stefania…. ma tu lo sai che non puoi rimanere qui>>. Il tenente ebbe un sussulto, perché non poteva restare in quello che, in quel momento, gli sembrava il paradiso terrestre; dopo tanti mesi di guerra, in cui il suo unico scopo era stato quello di uccidere, la sua unica religione era stato l’odio per il nemico, adesso aveva trovato il suo rifugio e soprattutto quella donna dal volto bellissimo, snella e agile come un’antilope, da cui si sentiva irrimediabilmente attratto. Perché allora lei gli diceva che doveva andare via? Cosa le aveva fatto? Glielo chiese e lei, assumendo un espressione improvvisamente cupa, rispose:<< non posso tenerti qui, con me vive un uomo. Come te fa il soldato e presto tornerà>>, << come fai a saperlo>>, replicò il tenente. Stefania lo guardò incupita e disse: <<perché il suo posto è qui>>. Passarono dei minuti in silenzio, poi il tenente chiese: << da quanti giorni sono qui?>>, << sei arrivato due giorni fa. Ti ho trovato svenuto per terra. Ho visto che la tua divisa era diversa da quella dell’uomo che aspetto, ma avevi un bel viso e invece di denunciarti ti ho curato….>>; il tenente già non la stava più ascoltando, le guadava il viso, i seni che riempivano il maglione attillato: le prese la mano, la tirò a se e la baciò. Il sapore delle labbra umide della donna lo eccitò, provò ad attrarla ancora più verso di lui, ma lei si ritrasse velocemente. Il tenente rimase assorto alcuni istanti, i suoi pensieri furono interrotti dalla voce di Stefania << domani dovrai andartene>>. Il tenente quasi furioso ribatté: << ma tu come fai a sapere che tornerà il tuo contadino?>>, Stefania gli lanciò un’occhiata di sbieco e disse irata: << se lui non tornasse, allora significherà che sei stato tu ad ucciderlo: e allora io farò la stessa cosa con te>>. Il gatto – che nel frattempo si era rimpinzato – si era accoccolato sulle gambe del tenente, che cominciò ad accarezzarlo. << Dove dormirai questa notte?>>, chiese il tenente alla donna; <<accanto a te>>. Involontariamente gli occhi del tenente emisero bagliori, Stefania scoppiò a ridere e esclamò: << attento caro soldato, ho io la tua pistola e la tua spada>>. Il tenente non rispose. Temeva di passare una notte agitata, invece dormì come un sasso. Alle prime luci dell’alba senti una mano scuoterli la spalla, << ehi, eroe sveglia. Devi andare>>, il tenente si passò una mano tra i capelli: gli ripugnava l’idea di lasciare quella donna; perché anche lei doveva svanire come tutti i sogni, che al mattino si dissolvono furtivamente? Non voleva accettare la realtà: quella donna gli aveva semplicemente ridonato la vita, ma adesso lo congedava. I suoi occhi erano ancora stanchi, si sentiva molto spossato eppure avrebbe fatto l’amore con Stefania per tutto il giorno. Ma così non sarebbe stato. Nel suo cervello cominciò, allora, a farsi strada un barlume di lucidità e razionalità: il suo istinto di sopravvivenza gli suggeriva che era veramente giunto il momento di andarsene. Si ricordava che, dopo la battaglia, aveva camminato a lungo verso sud; questo stava a significare che probabilmente non era ancora uscito dalle linee nemiche; doveva sbrigarsi a ricongiungersi ai suoi, che immaginava in ritirata. Stefania sembrò leggergli nel pensiero, << quando esci evita di passare per il paese, i tuoi camerati sono scappati. Lì troverai solo dei nemici, che se ti prendono ti fucilano. Taglia attraverso il bosco troverai i soldati che indossano la tua stessa divisa. Presto vattene>>. Il tenente ormai conscio dell’ineluttabilità dell’addio, si infilò i pantaloni neri della sua divisa: erano stai puliti. Al posto della sua camicia ne trovò un’altra ugualmente bianca, dopo una battaglia disastrosa, come quella che aveva affrontato lui, nessuno stava a guardare se la divisa fosse a norma di regolamento. Sotto la giubba, s’infilò un maglione nero. Quindi prese uno zaino con dentro delle provviste, che la donna gli porgeva. Sentiva montargli dentro una grande ira, proprio in quel frangente Stefania gli allungò la pistola e la spada. Il tenente li afferrò in modo sgarbato, aprì la porta, ma poi si girò e tirò un bacio verso quella bocca che sembrava dipinta, a quel sorriso irresistibile, a quegli occhi luminosi. Fatti pochi passi si ricordò del gatto: lo vide che trotterellava davanti con aria indifferente, ma comunque attento a non perdere di vista il tenente. Stava per chinarsi a prendere in braccio il micio, quando lo spostamento d’aria, causato da un’esplosione tremenda, lo scaraventò per terra. Cercò riparo in una buca, sentì l’eco di altre esplosioni, macchinalmente afferrò la pistola: per farne cosa? Non lo sapeva nemmeno lui. Era iniziato un bombardamento d’artiglieria massiccio, che durò a lungo; quando questo finì, il tenente si rialzò: era tutto coperto di terra, si voltò e vide con orrore che gli obici avevano centrato in pieno la capanna. Disperato accorse verso quello che, fino a pochi minuti prima, era stato il suo riparo; si catapultò fra le macerie fumanti, prese a calci le poche assi di legno che non si erano sbriciolate: no Stefania non c’era. Ma come poteva essersi salvata? In quel mentre vide che si stava avvicinando una colonna di soldati, le loro insegne gli fecero subito capire che erano nemici. Il gatto era sempre lì, il tenente lo afferrò, lo mise in uno delle enormi tasche della casacca militare e cominciò a correre a perdifiato verso il bosco. Si fermò riparandosi dietro dei grandi tronchi spezzati, si guardò indietro: nessuno lo stava inseguendo. Era salvo e forse lo era anche Stefania, lo sentiva, lo sperava. Il gatto evase dalla tasca, dove stava rinchiuso, con un agile salto; planò a terra con leggerezza e poi fissò il tenente: era inderogabilmente giunta l’ora del desinare. Il tenente capì e gli porse una generosa porzione di soppressata. G.S.
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