Un concerto di Battiato

Ieri sera (8 dicembre) Franco Battiato a Saint-Vincent: sembra il collega siciliano dell’ufficio accanto, se non fosse per il camicione portato fuori dei pantaloni sotto il completo grigio. Faccia rotonda, capelli decisamente grigi che si diradano sulla fronte e sulla chierica incipiente. Canta seduto su una pedana fasciata da un bel tappeto orientale: una gran trovata: Battiato non è un ballerino eccezionale, né un uomo di scena: stando seduto calamita l’attenzione, e quando si alza i due passi in qua e in là e i due saltini che fa acquistano per contrasto un’efficacia spettacolare. Quando ogni tanto si alza dal tappeto rivela una statura sorprendente, corretta da un’andatura dinoccolata che ricorda a tratti il suo compaesano Pippo Baudo.
Il concerto è uno degli ultimi della tournée legata a Fleurs, il disco con vecchi successi degli anni cinquanta e sessanta. Li canta all’inizio, poi comincia a spaziare su tutto il repertorio. Alla fine, per evitare l’ennesimo bis, ripete La cura, e si capisce che il concerto è finito.
Paragonando il concerto con i dischi fatti in studio e con quelli dal vivo, si nota che Battiato è davvero un musicista da conservatorio: gli arrangiamenti cambiano pochissimo, e così la sua interpretazione: anche sul palco esegue una precisa partitura.
Una freddezza da concertista Battiato ha anche nel rapporto con il pubblico: non parla mai, non scherza, non racconta. Spende una parola solo dopo un applauso particolarmente caloroso: "Spero che riserverete ora lo stesso entusiasmo a Manlio Sgalambro".
E l’anziano filosofo entra in scena, canta leggendo le parole su un foglio due canzoni francesi: La mer e La vie en rose. La voce non è professionale, ma nemmeno stonata. A mano a mano che l’accompagnamento si rinforza ti viene da pensare: con quel po’ po’ di supporto forse anche Nanni Moretti riuscirebbe a cantare. Sul palco ci sono infatti una band elettrica – chitarra, basso, batteria, tastiere con centrale computer –, un pianoforte a coda e un quartetto d’archi elettrificato. Sgalambro era già apparso in pubblico all’inizio del concerto, prima che uscisse Battiato: ha letto alcune sue poesie su Nietzsche: belli i versi, ottima la lettura. La presenza di questo singolare signore nei concerti che Battiato dà in giro per il paese impone il pensiero che tra i due ci sia del tenero: una grande passione di amicizia e forse d’altro tra un vecchio originale pensatore e un più giovane geniale musicista.
Forse ho dato finora l’impressione che il concerto non mi sia piaciuto, e invece tutto il positivo che c’è da dire si è accumulato quaggiù in fondo, perché è più difficile da dire. Battiato è un grande, al di là del passato (solo quello?) di destra, al di là delle cadute di gusto (vedi la critica di Tommaso Labranca alla canzone Prospettiva Nevski nel libro Chaltron Hescon – Einaudi 1998), al di là delle sue manie fantascientifico-mistiche. La musica è sintetica ma sempre originale, con la semplicità dei classici. Le parole evitano da sempre la banalità e a volte raggiungono livelli di autentica poesia (Stranizza d’amuri, Mal d’Africa e non poche altre). E poi, c’è una canzone d’amore degli ultimi venti, trent’anni più bella di E ti vengo a cercare?
Secondo me la cifra del successo di Battiato è il successo della canzone Con te partirò di Bocelli, che ruba un fondamentale passaggio a No time no space. Non sbaglia Paolo Jachia, che nel suo libro La canzone d’autore italiana 1958-1997 (Feltrinelli 1998) indica come i tre nomi più importanti della canzone italiana quelli di Battisti, di De André e di Battiato. I primi due non erano ancora morti, Battiato era forse un po’ più magro.
Giulio Cappa
9/12/2000 per l’Eco di Roccasecca