Mario Izzi chiude la trilogia dell’Aneddotica con una nuova pubblicazione:

All’ombra degli Archi

 

 

Con vivo piacere abbiamo ricevuto l’ultima fatica dell’amico Mario Izzi "All’ombra degli archi", che conclude la trilogia iniziata con "Come vivevamo … e ridevamo" e continuata poi con "Teatro in Paese". Il volume, di cui l’autore aveva offerto in anteprima ai lettori dell’Eco "Mister Punch", contiene una nuova serie di personaggi e di aneddoti roccaseccani che soddisferanno anche i palati più esigenti. Segnaliamo anche l’appendice nella quale Izzi spiega perché Roccasecca dovrebbe mutare nome in "Rocca d’Aquino"

Invitiamo tutti i lettori dell’Eco a procurarsi il volumetto, ma intanto pubblichiamo una delle più gustose storielle.

Don Mimì aveva iniziato quel giorno il quotidiano girovagare nella vasta campagna della sua condotta medica, affrontando la montagna. Era arrivato in cima alla frazione di S. Pietro a Campèa - dove aveva avuto la villa il poeta latino Giovenale intorno al II secolo dopo Cristo quasi ormai alle porte di Santopadre. Là aveva un paziente particolare da visitare perché affetto da una sindrome che egli non riusciva bene ad identificare nonostante i vari tentativi terapeutici condotti sulla base di approcci diagnostici supposti, studiati e diversificati, senza tuttavia pervenire a risultati apprezzabili. L'assenza in loco di specialisti e di attrezzati ausili diagnostici rendeva allora più difficile il lavoro del medico: tutto ricadeva sulle sue spalle, vale a dire sulla sua capacità di individuare i malanni in base ai soli sintomi, dando disposizione al farmacista di preparare i relativi medicinali nelle quantità da lui - il medico - precisategli e ritenute giuste ed efficaci. In quel caso, però, non erano valse né le nozioni teoriche apprese all'Università né l'esperienza acquisita nei tanti anni di libera professione per giungere ad inquadrare ed identificare il male. L'interesse a vederci chiaro, di per sé già comprensibile per il lungo tempo ormai inutilmente trascorso, era anche supportato dal fatto che il paziente era il capo di una numerosa famiglia che dipendeva in tutto e per tutto dalla sua operosa attività e intraprendenza, compromesse negli ultimi tempi dalla sconosciuta malattia. Delle di lui condizioni di salute don Mimì si sentiva perciò maggiormente responsabile a tutti gli effetti. Bussato quel giorno alla porta della modesta abitazione del contadino, non ebbe risposta nonostante le ripetute insistenze. Immaginò allora che tutti i componenti della famiglia fossero andati al lavoro – ammalato compreso – in qualcuno dei fazzoletti di terra delle loro proprietà disseminate nel vasto territorio della frazione. Decise quindi di lasciare traccia della sua presenza, secondo l’uso da lui seguito in circostanze analoghe: quello di incollare la ricetta – che ripeteva ormai da tempo la medesima prescrizione - su qualcuno degli usci a portata di mano. La colla era fatta con farina di grano duro, che ne garantiva resistenza e durata, e che per essere funzionale allo scopo, come l'esperienza gli aveva ormai dimostrato, faceva parte della dotazione del suo personale borsello insieme con l'ordinaria strumentazione tecnica e farmacologica. Data la giornata ventosa, don Mimì si preoccupò di fissare bene la carta anziché sulla più esposta porta principale dell'abitazione, sulla più bassa e riparata porticina dell'adiacente stalluccia, dove le galline potevano all'occorrenza passare attraverso il buco laterale all'uopo predisposto. Qui sicuramente la ricetta sarebbe stata notata perché il pollaio ha costituito da sempre il centro dell'interesse di ogni famiglia contadina. Ed infatti lì fu subito vista quando, a fine giornata, si tornò tutti a casa dal lavoro. E senza indugiare ci si preoccupò di andare in paese a procurarsi il medicinale prescritto ancora una volta dal medico. Mentre però cercavano di staccare, sia pure con cautela, la ricetta dal posto dov'era stata collocata, s'accorsero che si correva il rischio di farla a pezzi a causa sia della resistenza opposta dalla colla già indurita sia della leggerezza del foglietto su cui era stata vergata la prescrizione, con l'ovvia conseguenza di rendere alla fine la ricetta illeggibile e quindi inutilizzabile. Decisero di andare subito comunque in farmacia senza la ricetta in mano, utilizzando alla bell'e meglio quel poco ch'era rimasto nella loro memoria dei nomi e delle quantità delle sostanze medicamentose da mesi ormai dosate nella stessa misura dal farmacista per l'approntamento del farmaco. Bisogna ricordare che a quei tempi i medicinali venivano preparati "al banco" dal farmacista, che seguiva le indicazioni dategli nel caso dal medico. Erano ancora ben rare le specialità preconfezionate: il rovescio, cioè, della situazione attuale. Per ogni evenienza, tuttavia, i contadini decisero - su consiglio del più anziano dei figli dell'ammalato - di caricare sull'asino l'anta della porticina da cui la ricetta non aveva voluto staccarsi, alle volte il farmacista fosse stato incerto sul da fare. L’imprevisto carico dell’anta su una delle due gerle costituenti il basto ordinario dell’asino si mostrava d’altre parte provvidenziale per equilibrare il peso dell’altra gerla entro cui fu deciso, a tal fine, di sistemare il sacco di grano che in quei giorni si sarebbe dovuto portare a macinare. Con ciò si profittava al meglio del viaggio, dato che il mulino si trovava sulla strada per il paese, dove loro dovevano recarsi a spedire la ricetta. Qui finalmente giunti, e lasciato il più giovane al mulino ad aspettare il turno per la molitura, si diressero verso la farmacia dopo aver posteggiato l’asino nei paraggi, ben legato all'anello di ferro dei solidi e robusti massi allo scopo disseminati nel vicolo adiacente. Si tenga anche conto che i contadini ("scarpe grosse e cervello fino"), per equilibrare il peso dell'asino, nella gerla resa libera dal sacco di grano avevano sistemato il figlioletto del proprietario del mulino, divenuto giulivo del ruolo affidatogli e contento dell'inaspettato viaggetto in paese. Egli rimase così sul basto, nella gerla, a controllare l'asino in attesa che tornassero i suoi ospiti. Costoro, entrati in farmacia, tentarono subito di ottenere il loro medicinale, accennando alle precedenti analoghe prescrizioni, ognuno dando il suo personale contributo su nomi e dosi delle sostanze usate per approntarlo. Ma il farmacista trovava difficoltà a seguirli ed a interpretare i loro suggerimenti perché, oltretutto, delle precedenti ricette non si ricordava. Fu allora che uno dei presenti - quello che aveva avuto l'idea di portarsi dietro l'anta - intervenne nel discorso dicendo che "sarebbe bastato andare dall'asino per risolvere il problema". Il farmacista, già perplesso per l'insistenza ad approntare il medicinale senza la ricetta, restò di stucco quando fu nominato l'asino e addirittura esterrefatto allorché il contadino aggiunse che non avrebbe potuto certamente condurre l'animale in farmacia dato che la porticina s'era incastrata durante il viaggio tra i vimini della gerla e che il farmacista, perciò, doveva avere la compiacenza di farsi quattro passi fuori del locale per andare a leggere la ricetta attaccata alla porticina, sulla groppa dell'asino. Come un automa il farmacista seguì il gruppetto sulle prime rampe del confinante vicolo, dov'era stato sistemato l'asino con le gerle. La situazione gli fu chiara solo quando gli fu indicata la ricetta appiccicata all'anta che, imbrigliata a sua volta alla gerla, ne era rimasta prigioniera, mentre nell'altro contenitore il bimbo - messo là come s'è visto per equilibrare il peso del basto in assenza del sacco di grano depositato al mulino – se la rideva di cuore, contento di tutto quanto gli succedeva intorno, essendo anch’egli ormai al centro di un gruppo di curiosi formatosi attorno all’asino, ai contadini e al farmacista. Il quale una volta letta la ricetta incollata alla porticina ebbe modo, senza ulteriori remore, di confezionare il medicinale ordinato dal medico, dando così soddisfazione alle pressanti sollecitazioni dei contadini, che a loro volta si compiacevano della trovata escogitata per esser certi di portarsi dietro a casa, quella sera stessa, l’agognata medicina. Ma da quel giorno il farmacista non si risparmiò nel ripetere la curiosa scena, di cui era stato involontario protagonista. E concludeva. tra il serio e il faceto: "Questioni sulla lettura delle ricette, per l'interpretazione della grafia dei medici, erano all'ordine del giorno, dato che la loro scrittura è stata sempre poco decifrabile. Doverla però andar a leggere incastonata all'anta della porta di una stalla, a sua volta sequestrata dalla gerla costituente il basto d'un asino, non me lo sarei di certo mai aspettato!!!".

 

Mario Izzi