I Racconti dell’Eco

Il Tenente e il gatto (4)

 

 

Il tenente si risvegliò quando i primi raggi di un pallidissimo sole di fine dicembre cominciarono a filtrare attraverso le persiane sconnesse; era steso nel letto, abbracciata a lui c’era Tanja il cui volto era quasi incassato sotto il braccio del tenente, questi si mosse leggermente cercando di non svegliarla.

La mente del tenente riandò alla sera prima, quando, dopo il lungo bacio, Tanja gli aveva chiesto di andare via per darle il tempo di cambiarsi.

Il tenente allora aveva fatto il giro del piccolo villaggio, predisposto i turni di guardia e quindi era tornato alla locanda con l’unico desiderio di abbracciare quella donna, il suo corpo caldo, di baciare le sue labbra morbide.

Il tenente si sorprese a immaginare che quelle labbra avessero il sapore di un frutto raro, ma ebbe tanto l’impressione di stare scadendo in constatazioni da romanzetto rosa. Cercò allora di assumere un atteggiamento che, almeno in apparenza, potesse ricordare quello di un ufficiale donnaiolo e sfrontato.

Questa sua decisione durò appena un istante, giusto il tempo di entrare nella locanda e di trovarsi di fronte Tanja; sfruttando quel poco che poteva avere nel piccolo paese devastato dalla guerra quella stupenda ragazza, in meno di un’ora, si era lavata i capelli – che erano rimasti umidi – aveva indossato un mini vestito bordeaux, che pur mostrando per intero la sua lunga militanza si adattava come un guanto al sinuoso corpo di Tanja. Il vestito le arrivava fino a metà delle cosce: il tenente osservandola sentì il desiderio crescere. Tanja si era fermata a metà della scala, poggiandosi alla ringhiera, il tenente le guardava voglioso le gambe nude – eppure deve sentire almeno un po’ freddo, pensò lui – Tanja ridiscese verso il tenente che preso da un improvviso raptus non trovò nient’altro di meglio da dire che:<<Slash, hai visto Slash? Intendo il gatto, mi sembra di averlo lasciato qui alla locanda….>> Tanja rise, aveva una risata aperta, bella da sentire, e disse, con quella cadenza che il tenete cominciava ad apprezzare: <<è di là a dormire, se vuoi puoi raggiungerlo; se invece ti accontenti ci sono io, ti va?…. Ehi tenente, tutto bene?>> Il tenente in effetti si era come estraniato, il suo sguardo si perdeva nel vuoto, infine riuscì a dire:<<già! I gatti non amano essere disturbati e….>> fortunatamente Tanja non lo lasciò finire, si avvicinò ancora di più al tenente che avvertì il calore che veniva da quel corpo che finalmente toccò, strinse, e baciò.

 

 

 

Erano saliti su al piano superiore, arrivati nella stanza dov’era il letto Tanja si era tolta il vestito, facendoselo passare sulla testa; l’ultimo ricordo cosciente del tenente fu la vista dei seni di Tanja. Dopo fu quello che si definisce un vortice selvaggio e sensuale.

Il tenente fu riportato alla dura realtà quotidiana dalla voce del soldato che li aveva condotti fin lì; il ragazzo lo chiamava dalla strada: <<tenente, sono Salvo, mi sente? Dovrei parlarle. Tenenteeeeee>>. L’ufficiale si scosse, si alzò, si infilò i pantaloni e la camicia facendo segno a Tanja – che nel frattempo si era svegliata – di rimanere nel letto. Indossò la giubba e si allacciò il cinturone con la pistola, scese e si presentò davanti al soldato: questi lo salutò militarmente e gli disse:<< durante la ronda di questa notte ho trovato una radio trasmittente; Guglielmo è un trasmettitore e l’ha messa in funzione. Pare che il nemico sia passato all’offensiva su tutto il fronte, dispongono anche di carri. Queste sono notizie che ci ha dato il nostro quartier generale, con cui abbiamo parlato. Gli ordini sono quelli di resistere: nei primi giorni del nuovo anno sarà scatenata una nuova offensiva, sarà presente anche l’aviazione>>. Il tenente stava per esclamare: <<capperi!>>, ma si trattenne. Il suo scetticismo sui piani strategici partoriti dai cervelloni del comando era proverbiale, ma in una situazione così delicata non voleva far trapelare la benché minima ironia al riguardo. In questo caso per esempio, ammesso che fosse arrivata anche l’aviazione, lui come avrebbe fatto a fermare i carri armati dei levantini avendo a disposizione solo mitragliatrici e altre armi automatiche. Allora disse a Salvo:<<avete trovato mortai o esplosivi?>> << si, signor tenente!>>. Questa era una buona notizia, pensò il tenente; almeno si poteva provare qualche incursione. A ben vedere il paese era abbastanza protetto, la strada che portava fin lì era stata interamente sconnessa dai precedenti bombardamenti: quindi un carro armato non poteva percorrerla; certo potevano martellarli dal limitare del bosco, ma il villaggio era sorto quasi dentro la montagna e quindi era protetto dalla roccia sia alle spalle sia verso l’esterno. Rimaneva un particolare, se il nemico si fosse presentato in forze (ad esempio una compagnia di un centinaio di uomini) con l’intenzione di combattere casa per casa, allora il tenente si chiedeva cosa avrebbero potuto fare lui e il suo manipolo di uomini male in arnese. Radunò tutti i soldati e mandò cinque uomini in ricognizione fuori il villaggio; nel frattempo il tenente decise di recarsi nella casa dove era stata sistemata la radio: ebbero fortuna e riuscirono a stabilire un contatto con il comando della Va Armata.

 

 

 

Un certo colonnello Galli gli confermò che la controffensiva era iniziata quella mattina e che entro poco sarebbe giunto il primo dispaccio. Quando dopo un paio d’ore la radio crepitò di nuovo, il colonnello Galli disse che era stata ottenuta una brillante vittoria; la linea del nemico era stata tagliata in due e in parte accerchiata. Il problema era che l’ala dell’esercito nemico accerchiata era quella a ovest del fronte, mentre il tenente e i suoi si trovavano a est…. Mentre il tenente era intento in queste riflessioni il rumore delle armi automatiche spezzò il silenzio. <<Carlo cosa succede?>> urlò. Il soldato arrivò trafelato e rispose ansimando:<<la pattuglia è stata attaccata da una colonna di circa quaranta uomini in divisa cachi>>. <<Perdite?>> chiese il tenente. <<Sono tornati in due, Leo e Demetrio>>. Non c’era un momento da perdere, il tenente fece evacuare tutte le donne e i bambini all’estremità nord del villaggio. Mentre lui e gli altri soldati si divisero in due gruppi di fuoco, disposti in modo tale da non spararsi addosso. Con lui oltre il fido Carlo – che aveva nominato suo vice – prese altri due uomini che avevano il compito di sparare con il mortaio; un quarto uomo si era piazzato in una sorta di bunker naturale con la mitragliatrice, pronto a sventagliare l’entrata del paese. Gli altri soldati sarebbero entrati in azione cercando di attaccare la colonna nemica sull’altro lato. I nemici stavano per arrivare, proprio mentre i primi soldati avevano oltrepassato la curva che portava all’imbocco del paese, la mitragliatrice entrò in azione. Molti dei maldestri attaccanti caddero riversi sul terreno, proprio mentre il tenente dava l’ordine di fuoco al mortaio, i cui colpi investirono il fondo della colonna nemica. Il tenente poté osservare l’effetto delle deflagrazioni: i corpi degli uomini colpiti dall’esplosione volavano in aria come manichini disarticolati; il tenente vide nitidamente un uomo a cui il braccio fu strappato via; le urla si levavano dal campo di battaglia, la colonna nemica era stata spezzata. Il tenente allora lanciò gli altri suoi uomini all’attacco, erano un drappello ridottissimo, eppure combatterono con una determinazione tale da finire presto la resistenza della parte avversa.

La battaglia si era conclusa, l’aria si andava liberando dei fumi degli spari, sul terreno erano sparsi cadaveri interi o fatti a pezzi; il tenente ordinò di andare a raccogliere i feriti. Tra i suoi c’erano stati sette morti, sette persone che lui conosceva da appena due giorni, di alcuni di loro non sapeva nemmeno i nomi: se non fosse stato per la divisa scura, non avrebbe potuto distinguerli dai nemici. Ciononostante avevano combattuto con accanimento, eseguendo i suoi ordini alla lettera, senza risparmiarsi. Lo colpì l’immagine di un ragazzo, molto giovane, che giaceva riverso sul corpo di un nemico a cui stava mordendo un braccio.

 

 

Il lavoro di seppellimento dei morti – a cui presero parte anche gli abitanti del villaggio – e del recupero dei feriti occupò gran parte della giornata; quelli meno gravi furono medicati con quel poco che si aveva a disposizione. Ma il compito più straziante fu quello di trovare un ricovero ai feriti gravi, quelli che non ce l’avrebbero fatta, vuoi per l’entità delle ferite, vuoi per la mancanza di medicinali; in tutto erano sei, morirono tutti nel giro di tre ore.

Il tenente si sentì mettere una mano sul petto: era Tanja. Indossava un paio di jeans una maglione a collo alto e una camicia scozzese di flanella. Aveva legato i capelli in una bella coda di cavallo, poco più indietro vide anche Slash; la situazione che stavano vivendo era così atroce che non aveva senso cercare di salvare le apparenze. La gente del paese era grata al tenente e ai suoi soldati per aver salvato loro la vita; se quei due avevano trovato il modo per distrarsi, anche solo per qualche momento, da quella guerra assurda e fratricida, a loro andava bene. Il tenente si sedette su un masso e si accese una sigaretta, fece alcuni torsioni del collo che cominciava a dolergli. Tanja accese un piccolo registratore da cui si diffusero le note di una canzone dei Cure "Friday I’m in love"; lei lo guardò e gli chiese:<<credi che stia male sentire un po’ di musica?>>, il tenente le sorrise chinando un po’ il capo sulla destra, quindi scosse la testa in senso di diniego; le prese la mano e la tenne nella sua. Tanja si sedette accanto a lui poggiando la testa sulla spalla del tenente.

Slash se li guardava soddisfatto, ma per darsi un contegno – era pur sempre un gatto – cominciò ad interessarsi molto al registratore, da cui adesso uscivano le note di un'altra canzone dei Cure "In Between days".

 

GS