UN MONDO PICCOLO

 

Ferdinando “legge” per l’Eco Dan Peterson e commenta l’attuale crisi dello Sport

 

 

 

Dopo i tragici fatti di Catania con una morte assurda a segnare indelebilmente a lutto il mondo del calcio e lo sport in generale, abbiamo assistito alla solita cascata di parole. Commenti su tutti i giornali, trasmissioni televisive nelle quali i personaggi più diversi hanno pontificato ergendosi a paladini dell’ordine e dell’etica, appelli più o meno sentiti, retorica spesa a quintali, interventi anche da parte di chi ha molte responsabilità sulla degenerazione dell’universo calcistico.

Del resto qualcuno come l’attuale presidente di Lega non ha avuto problemi a dichiarare che “il calcio ormai è un’industria e non si può fermare” e che fatti come quelli di Catania, tutto sommato, possono starci. Frasi da far accapponare la pelle. Frasi che però provenendo da uomini che sono ai vertici delle istituzioni calcistiche, spiegano molto delle cause profonde che sono alla base del degrado di uno sport come il calcio che è ormai crocevia degli interessi più disparati. Interessi più o meno legittimi, ma che hanno contribuito a stravolgere completamente i valori, la passione, le emozioni che sono lo spirito e l’essenza di ogni sport.

Negli anni abbiamo visto sparire le cosiddette “bandiere” con i calciatori simbolo pronti a cambiare squadra per guadagnare qualche lira in più, giustificando il tutto con l’ormai famosa “scelta di vita”; presidenti cambiare società come le macchine, così da un giorno all’altro; colori sociali cambiare a seconda degli interessi degli sponsor e della televisione; persino la numerazione delle maglie, stravolta per motivi commerciali. E questi che ho elencato alla rinfusa sono soltanto gli effetti meno gravi, per così dire, del degrado dell’identità sportiva del calcio. Potremmo parlare di calciopoli, per restare all’attualità, del calcio scommesse, delle plusvalenze, dei bilanci truccati e così via. E’ con profonda amarezza che scrivo queste note, visto che il calcio e lo sport sono parte della mia vita dal momento in cui ho avuto l’età della ragione. Lo seguo, lo amo, mi piacciono tutte le discipline sportive, dal calcio al ciclismo, dal basket al rugby, dallo sci al volley tanto per citare quelle che mi sono più vicine. Ne scrivo abitualmente sui giornali da più di trenta anni. Da quando mio padre mi cedeva il piccolo spazio che aveva sul Corriere dello Sport per il suo articoletto sulle partite del Roccasecca, calcio ruspante da terza categoria o giù di lì, fino in su sino alla serie A vissuta fra Ascoli e Ancona. Ho intervistato giocatori e allenatori dilettanti e, nel mio piccolo, atleti come Zoff, Maldini, Batistuta, Baggio, Cafu, Shevchenko, Kakà, Tardelli, Platini, Pantani, Dino Meneghin, Zorzi, Giani, Pietro Mennea, Valentina Vezzali. Perciò per me è davvero triste assistere ad un declino che sembra inarrestabile, vedere bande di violenti scatenare la folle barbarie che si portano dentro prendendo a pretesto un evento sportivo. Ancora peggio, se mai fosse possibile, assistere in televisione alle passerelle e ai panegirici senza senso e senza costrutto di chi ha il solo intento di strumentalizzare a proprio vantaggio le tragedie e il dolore delle vittime di questa follia .

 

Credo che se abbiamo una speranza di cambiare tutto questo, di tornare ad uno sport che sia passione, lealtà, sana rivalità ma anche accettazione dell’altro e solidarietà, sia solo attraverso l’ educazione alla pratica sportiva e ai veri valori dello sport dei ragazzi. Attraverso lo sport partecipato, affidati ad istruttori che siano capaci di insegnare non solo la tecnica ma anche e soprattutto la vera etica dello sport, il rispetto dell’altro, l’accettazione della sconfitta, insieme ai ragazzi di oggi può crescere un rinnovamento culturale che può far rinascere la speranza.

E a proposito di maestri di sport e di vita, mi è capitato proprio in questi giorni di trovare un articolo di Dan Peterson, grande allenatore di basket ma soprattutto grande uomo di sport e maestro di vita per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di allenarsi e lavorare con lui.

Peterson è americano ma vive da più di 30 anni in Italia. Questo suo scritto è uscito prima dei fatti di Catania ma credo che rappresenti l’antitesi di ogni farneticante ideologia violenta che alligna intorno allo sport e non solo.

E’ un racconto di parte della sua vita, mi piacerebbe vederne almeno una parte pubblicata sull’ Eco. Eccolo.

 

“Dico solo questo: nella mia esperienza ho visto lo sport cucire tante ferite e tante crepe da fare un libro. Io so che l'ha fatto per me. E' chiaro che una Guerra Mondiale non è lo sport, ma vedo ex-nemici di Pearl Harbor, Americani e Giapponesi, riunirsi e abbracciarsi 65 anni dopo il fatto, gente che aveva sparato uno contro l'altro; idem per gli Americani e i Tedeschi che hanno fatto parte di D-Day, a fare la pace 60 anni dopo l'evento, anche stringendo amicizie. No, non c'entra lo sport ma c'entra la natura umana di riparare i danni.

Nella mia vita, da buon Americano, ho vissuto la Seconda Guerra Mondiale, ovvio a distanza sicura, ma con tanti familiari coinvolti:

 

uno zio a D-Day, un altro a lottare contro i Kamikaze, un altro a difendersi dagli attacchi Banzai, e una zia a Los Alamos durante i test della Bomba Atomica, una vicinanza al materiale radioattivo che le ha tolto, alla fine, la vita. Ho visto mio padre insegnare Codice Morse ai ragazzini delle Forze Navali a Great Lakes Naval Training Station, mezz'ora al Nord dalla mia città di Evanston. Sì, ho 'vissuto' quella guerra. Non potete immaginare quanto odio c'era negli USA, ai tempi, per questi due nemici di Germani e Giappone. Quando abbiamo visto i filmati dei bombardamenti incendiari di Berlino e Dresden, speravamo che i nostri aeri e i nostri piloti potessero distruggere il paese intero. E quando ci è arrivata la notizia della Bomba Atomica (è stato mio padre a dircelo) su Hiroshima, abbiamo tutti -- 150.000.000 di Americani -- detto: ''Fate anche un altro!'' Detto e fatto: tre giorni dopo Hiroshima, anche Nagasaki sparita in una palla di fuoco.

 

 

 

Uno dei libri scritti da Dan Peterson

Poi, la scuola e lo sport hanno cambiato il mio modo di vedere le cose. Nel 1948, sono andato ad un camp nel Wisconsin. Un nostro istruttore di sport a racchette (tennis, ping pong) era un Giapponese, non Americano di origine Giapponese, ma un Giapponese proprio dal Giappone. Non volevo avere da fare con lui. Avevo 12 anni. Lui, molto più saggio di me, mi ha fatto diventare bravo a ping pong, parlava l'Inglese benissimo. Siamo diventati amici. E mi sono detto: ''Spero che lui non abbia perso nessuno a Hiroshima o Nagasaki.''

Qualche anno dopo, al mio liceo, la leggendaria ETHS, Evanston Township High School, è stato iniziato un programmi di ''Studenti Scambiati.'' Per la verità, nessuno di noi è andata al liceo in Germania. Ma Dieter Zimmer è venuto a ETHS. L'ho guardato come un UFO, un alien, un ET. Uno due anni più grande di me, con un Inglese ottimo. Faceva campestre, era uno spassoso, e beveva la birra, vietato a tutti sotto 21 anni nell'Illinois. Tutti noi abbiamo amato lui, grazie ancora allo sport. Speravo che non fosse da Dresden o Berlino. Poi, il mio primo viaggio nell'Unione Sovietica. Oddio, terreno 'nemico.' Chissà che non mi tolgano il passaporto; verrò interrogato dalla KGB; e chissà se le mia camera nell'Hotel Leningrado non abbia una cimice. Era nel Gennaio del 1975, Spartak-Virtus. Poi, ho conosciuto coach Vladimir Kondrashin e il suo vice, Viktor, che mi ha regalato una lanterna piccola, tipo per le miniere, e che tengo in bacheca ancora. E mi sono detto, ''Questo uomini sono come me e sono i miei amici.'' Ancora una lezione dallo sport. Ho avuto la possibilità di applicare tutto questo qui in Italia. Come forse si sa, ho avuto battaglie tremende con l'arbitro Giancarlo Vitolo. Tenevo anche le statistiche delle partite che lui mi arbitrava, elencavo gli episodi, e c'erano tanti. Si può dire, tranquillamente, con non gli volevo bene per niente.

Lo consideravo un avversario. Poi, un fattaccio nel 1984: Meneghin viene squalificato (grazie a Vitolo) per la finale-scudetto, che abbiamo poi perso contro la Virtus Bologna. La mia Olimpia Milano dichiara di non voler più avere Vitolo come arbitro.

Per tutta la stagione 1984-85, non ci ha arbitrato. Ovvio, eravamo arrabbiati ma anche dalla parte del torto. Poi, a metà stagione, 1985-86, viene designato Vitolo ad arbitrare una nostra partita al mitico Pala Lido di Milano. Non vi dico la bordata di fischi e insulti. Lui impassibile. Una roccia. Continuavano. I nostri dirigenti erano in tribuna. L'ho visto lì, a incassare tutto senza battere ciglio. Qualcosa ha fatto 'click' dentro di me. Mi sono detto, ''Questo non va bene.'' Mi sono ricordato il Camp, Dieter Zimmer e Vladimir Kondrashin. Mi sono avvicinato a Vitolo. Gli ho detto, ''Giancarlo, qualcuno deve fare questo. Tocca a me.'' Gli ho dato la mano davanti a tutti e gli ho augurato una buona partita. Sono rimasto qualche secondo ancora, poi in panchina. Sì, penso di avere placato le anime un po'. Meno fischi, meno insulti, una buona partita (vinta da noi), un buon arbitraggio (Vitolo impeccabile). No, non sono diventato amico di Giancarlo Vitolo. Come tutti, ho memoria e rimango delle mie idee, come lui certamente rimane delle sue. Ma vivevamo nello stesso mondo. Non era il mio mondo e non era il suo. Era nostro. Avevamo entrambi un ruolo da svolgere per il bene di questo mondo. No, non l'ho abbracciato, ma l'ho avuto altre volte e ci siamo vissuti in relativa tranquillità. Io ho teso la mano verso di lui. Lui ha teso la mano verso di me. Dopo, vi dico la verità: mi sono sentito meglio. No, tutto non potranno mai andare sempre d'amore e d'accordo. Le ruggini ci saranno sempre. Ma è un mondo piccolo e dobbiamo tutti viverlo insieme” ( Dan Peterson da Basketnet).

 

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