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L’Eco di Roccasecca
Straniero seconda parte
Anno 20, n. 99                                            Luggio 2016
con tanto di eroi e di eroina
Renzo Marcuz
I luoghi della nostra emigrazione  Mentre quindi zio Dante era solito passare le sue serate andando a trovare gli amici giù al centro della vecchia Creutzwald i ragazzetti come me rimanevano intorno casa fermandosi a parlare, già dal pomeriggio, davanti agli infiniti ingressi di quel “bloc” appena costruito in cima alla collina. Nascevano così idilli e nuovi amori, magari tra un ragazzo spagnolo dal colorito olivastro ed una fanciulla alsaziana dalla pelle bianchissima, e fu in questo modo che conobbi Jeannine, sorella dello spagnolo rubacuori.  Abitavano in un appartamento all’ultimo piano della nostra scala e con loro mi fermavo spesso a chiacchierare fino a che, da una finestra, non si affacciava la madre. “Jeannine, Michel à manger !“ gridava quella donna, magari pensando “Juanita, Miguel la comida!”. E loro “Oui, maman” e… ”A demain Renzò!”, proprio così, con l’accento sulla “o”.  C’era molta simpatia e forse una certa attesa in quell’ ”A demain…”  mormorato da quell’adolescente delicata che si faceva sempre incontrare sempre sulle scale.  Io, però, ero ancora un ragazzo che pensava soprattutto al gioco e che preferiva ancora stare con gli amici e con loro andare in piscina a nuotare e far tuffi, oppure girovagare in bici per il paese ed i suoi dintorni. Non ho immagini di Jeannine, purtroppo, ma per dare un’idea di chi sto parlando voglio solo dire che recentemente, e per fortuna, in un film ambientato nelle banlieues francesi, “Les heritiers”, ho conosciuto, guarda caso, una giovane attrice, Noémie Merlant, straordinariamente somigliante proprio alla dolce Jeannine.  Poi, per dirla proprio tutta, voglio aggiungere che quella che a me piaceva tantissimo era proprio la fanciulla alsaziana dalla pelle bianchissima che invece impazziva per Miguel. Jacqueline si chiamava, aveva capelli biondi, grandi occhi blu, e una bellezza strana, tipo… “ghiaccio bollente”, con espressioni che richiamavano vagamente Michelle Morgan giovane, per chi se la ricorda. I suoi occhi di ghiaccio quando guardavano quel Michel-Miguel si incendiavano e diventavano due stelle. Solo quando guardava lui, però!   E con ciò ho detto tutto, “des amours du bloc”.     Tutto o quasi perché anche Zio Dante incontrò zia Maria proprio quando abitava al “bloc”, erano giovani entrambi e lei sorella di un suo compagno di lavoro che forse un po’ ad arte li fece conoscere.  S’innamorarono, fidanzarono e maritarono di lì a poco e vissero assieme tutta la vita. Ma non è di questo che voglio parlare, che di amori giovanili ce ne sono sempre stati nei blocs, nei condomini, residences e casette varie, di periferia o del centro-città, e un po’ tutti si assomigliano. Voglio invece dire della Creutzwald che frequentavo con gli amici conosciuti, negli anni precedenti e che ogni estate ritrovavo.  Quello di più antica data, Frédérique, era alto, sottile e piuttosto silenzioso. Figlio di un Italiano, ex muratore poi divenuto impresario, la sua mamma era una Francese, Alsaziana per l’esattezza, maniaca dell’ordine e della pulizia. Dava in continuazione la cera ai pavimenti di linoleum, per lo meno a me così sembrava, e quando entravi in casa loro già sapevi che c’era un paio di pattine ad attenderti. Guai a non metterle.  Era, la loro, una casa isolata e silenziosa sulle rive del piccolissimo immissario di quel lago così lungo, profondo e nero che si snodava parallelo alla strada per andare verso la vecchia stazione, “Rue de la gare” per l’appunto. Non credo che quello specchio d’acqua, che oggi compare sulle mappe come “le plan d’eau”, abbia mai avuto un nome, mentre “La bisten” era il nome del rigagnolo, e sembrava quasi impossibile che fosse capace di alimentare un lago così lungo, profondo ed anche nero. Per la verità zio Dante mi aveva raccontato che quel lago era alimentato anche con acqua proveniente dalle miniere e che sgorgava, ogni tanto, scavando le gallerie, allagandole tutte e affogando, magari, qualche povero minatore. Quest’acqua veniva poi pompata in superficie per poter continuare ad estrarre il carbone ed è forse  per questo che  non mi piaceva, quel lago. Neanche da guardare. L’ altro amico si chiamava Alain ed era mezzo tedesco. Più basso ed atticciato di Frédérique, era di famiglia più modesta ma anche lui sempre pronto alle piccole avventure che ogni giorno si potevano inventare. Non veniva dal centro di Creutzwald, Alain, e neanche dalla periferia dei grandi condomini costruiti per stivarci gli immigrati, mi pare invece che i suoi abitassero in una casetta di legno un po’ fuori Creutzwald, sui bordi del bosco. Una casetta somigliante, un poco, a quelle di tronchi del Nord America che vennero costruite dai coloni che vi si insediarono.  Ci andai, una sera, con zio Dante, e ricordo l’atmosfera calda di quella casetta piena di gente allegra che fumava, beveva e faceva musica senza troppe preoccupazioni, soprattutto senza quella di tenere lucido il pavimento di linoleum. Alcune coppie danzavano al suono di melodie che il giradischi sfornava in continuazione, ora allegre ora struggenti.  Erano dolci valzer alsaziani ed anche canzoni italiane, le più in voga dell’epoca, con “Marina” che spopolava. Quando io e zio Dante ce ne andammo era ormai notte fonda e mentre ci allontanavamo, con i fanali delle bici puntati verso le luci di Creutzwald, le note di “Marina” ci seguirono per un poco.  Il nostro, per farla breve, era un trio di ragazzi davvero emblematico della società che popolava all’epoca quel paesino così particolare, allo stesso tempo francese, tedesco ed in piccola parte, perché no, anche italiano. Quel paesino quindi, tutto sommato, così… “metèque” e che, nonostante vantasse origini molto antiche, negli anni sessanta si presentava giovane e ridente con simboli ben riassunti in quest’altra vecchia cartolina trovata sul web.    L’autre carte postale   In essa compaiono “i blocs”, la vecchia chiesa centrale, la piscina che fu inaugurata negli anni sessanta e dove imparai a nuotare, ed infine una delle tante miniere che la circondavano e che furono così importanti per la sua crescita. Occorre infatti aver ben presente che le miniere di carbone furono importantissime per lo sviluppo economico di quell’angolo di Lorena e conseguentemente dell’intera Francia. La loro escavazione cessò pochi anni or sono e quelle di Creutzwald furono le ultime ad essere chiuse in tutto il Paese. Tutti i pozzi cessarono quindi di funzionare e le loro strutture di superficie vennero completamente demolite quasi a voler cancellare ogni memoria di un passato fatto di sacrifici inenarrabili e le cui tracce, che spesso si chiamavano “silicosi”, marchiavano i corpi e fors’anche le anime di quanti vi avevano lavorato. Quando vi andai io, invece, “les puits” (i pozzi) erano tutti in piena attività ed i minatori godevano di un trattamento economico e di benefici superiori rispetto a quelli degli altri “ouvriers” (operai) della zona. Le loro case, che vedevo un po’ in basso affacciandomi alla finestra del “bloc”, erano tutte palazzine ben fatte e rifinite con ampi balconi fioriti e giardini ben curati sul davanti. Tutti possedevano automobili grandi e nuove, cosa che gli abitanti dei “blocs” neanche si sognavano, e la domenica, o quando erano di riposo, i minatori salivano con le famiglie sulle loro belle macchine per andare a divertirsi, a festeggiare o a trovare i parenti. Sembravano tutti molto belli e spensierati, certo più di tutti gli altri abitanti della collina, quel golgota modesto, sormontato e dominato dai “blocs”, che a quei tempi era la banlieue estrema di Creutzwald la Croix.  Ma c’era, ahimè, un qualcosa di provvisorio nella loro felicità ed un osservatore attento poteva capirlo, anche in quei momenti di festa, dai loro sguardi. Sguardi che a fatica celavano un’ansia latente, una tristezza sempre sul punto di apparire. Bastava infatti che dalla vicina stazione dei pompieri la sirena della torre iniziasse a lanciare nell’aria il suo lamento perché i balconi di quelle palazzine ben fatte e rifinite si riempissero di donne pallide che guardavano con ansia in tutte le direzioni nell’attesa di veder comparire i propri uomini. Poco importava che si trattasse di un incendio o altro, bastava solo l’inizio di quel lamento per vedere quelle donne, pallide, mordersi le labbra. Poi, quando l’allarme cessava, rientravano nelle loro case maledicendosi, magari per un istante, per aver scelto di dover pagare a un così caro prezzo la loro piccola effimera agiatezza. Ora, come ho appena detto, le miniere di carbone sono tutte chiuse ma negli anni che seguirono quel mio viaggio in Francia mi sono spesso tornate alla mente quelle immagini. E ho ricordato anche i commenti della gente che si interrogava sull’uscio delle proprie case quando accadeva, purtroppo, che la sirena avvertisse proprio di un incidente “dans la mine”, in miniera. “Quanti sono?”  “A che profondità?”  “Come si possono raggiungere?”  erano le domande più ricorrenti e a volte nessuno aveva una risposta. Iniziava così la ridda delle illazioni e delle congetture delle quali, non ultima, quella di portare i soccorsi agli sventurati sepolti vivi, magari percorrendo i cunicoli abbandonati di antichi pozzi ormai esauriti, ma che avevano sfruttato vene vicine a quella dov’era accaduto l’incidente.  Occorre infatti sapere che il sottosuolo di Creutzwald era tutto trivellato da gallerie, le più antiche delle quali erano anche le più superficiali.  Il loro abbandono, ed il cedimento degli antichi sostegni in legno non più rinnovati, aveva prodotto danni evidenti addirittura in superficie dove le vecchie case in stile tedesco erano quasi tutte crollanti, puntellate o abbandonate. C’era poi una parola che nessuno voleva pronunciare, un termine che a me richiamava alla mente un animale, ma un animale cattivo, una specie di orco spietato, vagante nei boschi, e che se t’incontrava da solo ti uccideva, e lo faceva senza un vero motivo ma solo perché così era scritto e così doveva essere. “Grisù” era quella parola, “le grisou” per dirla alla francese, e dava il nome a un’aria maledetta, un gas incolore e inodore, esplosivo e invisibile che si raccoglieva, galleggiando sull’aria buona, in “gobbe” delle gallerie sotterranee già escavate o in“sacche” di punti del sottosuolo ancora da raggiungere. Un pericolo sempre in agguato e che tanti poveri Cristi ha ricondotto tra le braccia del Creatore. Come ci si difendeva da quel gas?  on ricordo bene quali fossero i mezzi di protezione, forse neanche c’erano, o non erano così efficaci. So che qualcuno portava nel sottosuolo delle gabbiette con all’interno piccoli cantori, canarini, che, finchè si muovevano dimostravano, ai poveri diavoli che seguivano la vena del carbone, l’assenza del gas, quale che esso fosse.  Dubito che quegli uccellini avessero molta voglia di cantare, nel buio della mina, e non ci posso credere anche se il nome dato alla loro razza fu “Harz”, come quelle montagne tedesche della Germania del Nord.  La razza dei più meravigliosi piccoli cantori che io abbia mai ascoltato.  Ma torniamo in superficie, alla Creutzwald soleggiata di quelle lontane estati felici. Come ci si arrivava già l’ho detto ed anche la stazione ferroviaria, ai margini di un bosco, aveva un’immagine con un che di prussiano, come molti degli edifici più antichi di cui ho appena parlato.  Rivedendo il film “Il treno”, del 1964 con Burt Lancaster ed una giovane Jeanne Moreau, e rivedendo, in quel film, la stazione di Saint Avold, paese che i nonni nominavano spesso, sono riaffiorati nella mia mente fatti e scene che il tempo sembrava aver cancellato. Ho ricordato, per esempio, quando, con gli amici che ho presentato, inforcavamo le biciclette per andare “dall’altra parte”, a Lautherbach, Germania, per vedere com’era.  Era facile farlo essendo il paese era a una manciata di chilometri dal confine tedesco e per arrivarci si percorreva un sentiero lungo e diritto che traversava una foresta scura e silenziosa. Fitta di conifere ma anche di altri alberi ed interrotta ogni tanto da radure coltivate era, questa, la foresta di Fischbach. Credo che in quelle radure le patate andassero per la maggiore ma la particolarità era nel fatto che questi piccoli campi fossero tutti circondati da reti di filo spinato con torrette di legno poste agli angoli.  “Torrette?” ”Si proprio come quelle del forte di Rin tin tin, che vedevamo il pomeriggio sulla tivvù dei ragazzi, a Roccasecca” e mio nonno mi aveva spiegato come su di esse si appostassero, la notte, i proprietari dei terreni per sparare ai cinghiali quando venivano a scavare e mangiare le patate, distruggendo poi tutto. Occorreva stare quindi molto attenti a che non comparissero cinghiali, mentre percorrevamo quel sentiero, specie cinghialesse seguite dai loro piccoli.   Erano capaci di attaccarti, ucciderti e, ovviamente, sbranarti. “In campana!”, dunque. Ed “in campana” stavamo procedendo senza fiatare verso quel confine che all’improvviso appariva.  Un semplice cancellone alto due metri e largo quanto il sentiero, fatto con lunghi e diritti rami di abete che tenevano ben tesa una rete a maglie di ferro, la stessa rete che poi si sviluppava lungo tutto il confine. Per chiuderlo un semplice paletto di legno, null’altro.  Superato il confine e pedalando verso Lautherbach sul sentiero in discesa ci sentivamo ancora più in colpa per essere entrati senza neanche chiedere il permesso e stavamo ancora più zitti, ma ormai mancava poco! Finalmente, quando attraverso la vegetazione si intravedeva lo stagno di Lautherbach, potevamo rilassarci.  In quello stagno ci tuffavamo e sguazzavamo come ranocchi, poi ci mangiavamo un panino fatto a casa con una baghette ed annaffiato con una birretta, se qualcuno ci aveva pensato a prenderla. Infine ci stendevamo a prendere quel poco di sole che era possibile avere, per finire di asciugarci.  Chi stava meglio di noi? Per amor di verità voglio ora confessare che il tutto si concludeva con la fumata di una bella sigaretta, o forse anche due, di quelle che erano state rubate dai pacchetti dei miei nonni o dei genitori di Alain o Frederick.  Ha poca importanza stabilire con precisione da dove avessimo attinto, più significativo, invece, mi sembra il ricordare le marche di quelle “cicche” che sempre un poco ci strozzavano.  Si trattava di roba dappoco, è vero, sufficiente però a farci sentire altrettanti Tom Saywer e Huch Finn, sulle rive di quello stagno silenzioso. Il nome?  “Gitanes” ad esempio, che erano le preferite dai miei nonni e che si custodivano ordinatamente in pacchetti sottili e rigidi di cartoncino blu.  Erano confezioni di qualche pretesa assolutamente diverse da quelle proletarie delle “Gauloises” che avrebbero fatto così “tendenza” negli anni successivi divenendo uno dei simboli del “sessantotto” francese e del movimento studentesco italiano.   Ma ci sarebbe voluto ancora qualche annetto e… sarebbero state anche altre storie.   Renzo Marcuz 29  febbraio 2016
Et voila, la Noémie... o Jeannine
Et voila, la Michelle… …un peu plus agée, naturellement!
Zio Dante e zia Maria ai tempi del bloc
Il piccolissimo immissario
Le vecchie case di Creutzwald
Stazione di Creutzwald, dai binari