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Appunti di
viaggio in Ciociaria
(settima fermata)
Settembre sull’Altipiano
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Panorama di Fumone |
La settima puntata della pubblicazione di vecchi articoli che descrivono
esperienze di viaggio in paesi ciociari ci offre una descrizione di un viaggio
verso Fiuggi da parte di Luigi Alonzi. L’articolo è datato 1957, e proviene da
una serie di pagine scritte per celebrare il trentennale della Provincia di
Frosinone, a cura dell’Amministrazione Provinciale del tempo. Ricordiamo che se
qualche lettore volesse inviarci la sua "gita in Ciociaria", la prenderemmo
senz’altro in considerazione.
Il pomeriggio della mia giornata anagnina ero sulla scorciatoia di Porciano col
proposito di raggiungere Fiuggi prima del tramonto. Avrei passato la notte lassù
e il giorno dopo, per tempo, portandomi dal Piglio sui piani di Arcinazzo
attraverso la strada fra lo Scalambra e Retàfani, sarei disceso a Subiaco:
all’inoltrarsi della mattinata, l’ora giusta per le visite ai monasteri e alla
città. Mi pungeva il desiderio di vedere cose nuove, l’ansia di evadere il più
prsto dall’isolamento in cui m’ero cacciato. Camminavo perciò con speditezza; e
l’affrettarsi della collina verso la valle, per quanto la via cercasse di
reggerne l’acclìne, metteva ali ai propositi. Da Fiuggi a Subiaco un automezzo
di fortuna lo avrei trovato certamente. In Anagni ero entrato per la prima volta
e ne uscivo il giorno medesimo; tutto ciò che sapevo di essa mi veniva dai
libri, letti in antecedenza e a più riprese. Né amici né conoscenze tra gli
abitanti della città ernica: la vita presente, che pure immaginavo fertile di
attività artigiane e agricole (Anagni ha una Cantina sociale e buon nome per la
qualità dei vitigni, per l’abbondanza dei vini), scompariva dietro le luci
corrusche della sua storia. Ma il passato è sovente rimpianto, e gli oggetti che
lo attestano ne sono il più diretto stimolo. Al rammarico che si prova per
quanto eventi e tempo sospingono verso l’oblio, per ciò che ancora si vorrebbe,
io non avevo saputo escogitare alcun rimedio. Non avevo trovato nessun
diversivo. Meglio andarsene, dunque: il cielo che s’apre sui nostri capi non
invecchia, nemmeno ai giorni dell’Acquario, e basta appena guardarlo perché il
presente cui appaia non meno importante, non meno bello del passato. Vero è che
durante il cammino, lungo la discesa nella valle, il paesaggio recitava la sua
parte e della storia locale sospirava a suo modo. Sgurgola, al di qua dei Lepini,
mi ricordò la "Pietra rea", il luogo dove Sciarra della Colonna e il Nogaret,
con quei di Ceccano, di Supino e d’Alatri ordirono la congiura, e da cui partì
la gualdana ghibellina per catturare il pontefice: là, nella chiesa cistercense
fuori del paese, pregò Arnaldo da Villanova, il famoso alchimista, medico di
Bonifacio VIII. Fumone mi ricondusse alla memoria un brano del "De vita
solitaria", nel quale Francesco Petrarca dissertando sull’ascetismo di papa
Celestino, incide (fantasie di poeta senza riscontro nella realtà storica)
sull’affetto particolare che l’eremita del Morone avrebbe nutrito per l’antica
rocca. Paliano, all’opposto versante, mi si presento a piè del castello baronale
come il feudo dei Colonna, dal cui ramo erano usciti Fabrizio, gran contestabile
del regno di Napoli, Ascanio suo figlio, marito di Giovanna d’Asragona, e
Vittoria, la delicata poetessa, la pia marchesana che tanto amò i nostri colli.
Sotto uno spicchio azzurro, a oriente, alto e inaccessibile Castel San Pietro
m’indicava l’ubicazione della etrusca Preneste: Palestrina colonnese e barberina,
fresca al mattino come una fronda di alloro, serena tra i monti come il canto
del suo Pier Luigi.
* * *
Fu per poco, cominciai ad avvertire i guizzi delle lucertole, il loro frusciare
tra i cardi secchi, tra le eriche e i ginepri: sul pietrame del sentiero
correvano spaurite al rumore dei passi, sostavano se mi fermavo, sparivano con
nuovi guizzi entro le crepe delle muricce. Riconobbi il verso delle siepaiole,
delle verle, dei pettirossi, il chioccolare dei merli. Sulle stipe e gli
arbusti, sulle fratte di albaspina, tra i quercioli che guardano il torrente
beccavano, frullavano, saltavano, sazi di insetti e di more. Da ultimo, un
gorgogliare di polla scese dai boschi sulla valle che m’affrettavo a
raggiungere. Era il richiamo dell’upupa, dolce e silvestre, che riconsegnava a
ciascuna città, a ciascun castello l’illustre personaggio del suo passato, le
memorie di eventi storici clamorosi. Che riconsegnava me, viandante sprovveduto
tra le selve d’Acuto e di Porciano, verso la chiara pace del settembre. E
camminai, camminai nel pieno pomeriggio ai piedi di gibbi e montagne sotto il
sole che dardeggiava, scendendo e risalendo tutte le voglie della scorciatoia.
Raccolsi galle di cerro, ulive di un bel verde lucente, le prime ghiande:
ghiande vellutate, pesanti, legate ancora alle loro cupolette. Contai persino le
note dell’uccello crestato: a volte tre, a volte quattro. Mi circondavano
giogaie ispide, incolte, nelle quali boscaglia e terreni sativi s’avvicendavano
con la roccia, gli uni in prevalenza sulle pendici meno ripide e nel fondovalle,
l’altra nei fianchi e sulle estremità delle alture.
Rare le case, come i passanti lungo la via. Ma ne vidi che ciascuna aveva
accanto il pagliaio, il baracchino pei maiali, l’aia e sotto l’aia il prato.
Nei piccoli solai aperti sulla campagna, dove all’alba e al tramonto il capoccio
spia la norma siderale delle opere, dove le massaie sceverano biade e legumi e
le più giovani salgono a cucirvi, pendevano serti d’aglio, trecce di cipolle,
spighe di granturco raccolte a mazzi. Sui muri di fondo, , croci fatte coi culmi
del grano intrecciati e annodati, palme di ulivo benedetto, adornavano qualche
immagine.
Una casetta osservai, più delle altre. A un tiro di schioppo dalla strada, le
faceva da sfondo l’intera valle che avevo attraversato. Una quercia gigantesca
la separava dal sentiero, l’additava in lontananza. Feci l’erta col desiderio di
godermela davvicino, per irprendere un po’ le forze e misurar con essa
l’orizzonte sullo sprone della collina. Quando la raggiunsi, mi accorsi che
attendeva qualcuno.
Giù per la porta del casolare, aperta nei due battenti e dietro cui, in
penombra, scorgevo i primi gradini della scala interna, scendeva la cadenza di
una cantilena sommessa e il dondolare di una culla ne scandiva il tempo:
Fatte la ninna, fattela agliu letto
Boccuccia ‘nzuccherata de confetto.
Mamma è ita fori e mo’ revene,
quanno ve’ porta le zinnotte piene.
Ninna nonna:
stu’ figlio me l’addorme la Madonna …
Addossato allo stipite, sulla soglia della porta, un basto stendeva al suolo
funicelle e corregge; dall’altro lato vedevo un paniere pieno di fichi e d’uva,
adorno di pampane indorate. Avviticchiate agli olmi, sotto i raggi del sole
settembrino, le viti penzolavano gravide di succhi. Si spandeva all’intorno un
sottile odore di moscato. Udivo il ronzare delle vespe, il richiamo lontano di
un gallo, ma nessuna voce umana, se non quella che proseguiva ad accompagnare
l’agitarsi della culla:
Fatte la ninna e passa via barbone,
a casa ‘nce venì che c’è papane.
A casa ‘nce venì che c’è papane,
se no papà te mena col bastone.
Ninna a ttine:
gliu sonno mio te pozza venine …
Girai lo sguardo sulla campagna circostante, l’allontanai verso i monti.
Verzicava sui prati l’erba nuova, i boschi rosseggiavano, nuvole montuose
percorrevano il cielo. Sotto il pedale della quercia, nel terreno smosso tra i
nodi affioranti delle radici, una gallina assonnata istintivamente beccò nel
terriccio, allargò le ali, le scosse, si restrinse nella buca per prender sonno
Un fiato di brezza alitò le fronde, una due foglie secche rotolarono giù per i
rami, volteggiarono lievi nell’aria, cricchiarono sulla siepe e nel mezzo della
via. Sudavo.
Il cammino già fatto m’aveva appiccato in gola l’arsura pungente del sole
estivo; avrei voluto bere, bere lungamente un’acqua di fonte gelida e spumosa.
Guardai il paniere e avvertii in tutto l’essere la tentazione dell’uva. A passi
rapidi mi avvicinai alle pigne dagli acini oblunghi e radi. Penzolavano a metà,
fuori del cestello, alcune: trasparenti nelle bucce, belle finanche a vedersi.
Ma all’atto di chinarmi su di esse e di allungar la mano per prenderne una,
rimasi interdetto. Alzai il capo guardingo: le ante della finestra erano
socchiuse, fasce lavate, stese ad asciugare, penzolavano dal davanzale di quella
fin sull’arco della porta. Fasce, pannolini e bavaglioli vincevano in candore il
soleggiare dell’ora. Prima di riabbassar gli occhi e risolvermi da quello stato
di incertezza, colsi l’ultima strofa del canto:
Dormi speranza meja, dormi sicura
Chè mamma è la guardiana delle mura.
Fatte la ninna, chè te fiocca accanto
Anegli d’oro e perle de diamanto.
Ninna, core:
te faccio ‘nu lettuccio de viole
e ‘nu cuscino de foglie d’aprile.
La monodia consumava il verso lentamente, accarezzando le sillabe d’ogni parola,
spremendone il significato, ora con note lunghe che toccavano l’animo, ora con
rapidi risvegli, con riassopimenti improvvisi: come se l’amore tenendosi stretto
al dolore e alla gioia, cantasse in riva di un mare tranquillo, sotto le luci
dell’alba. Nessuna immagine delle parole che non fosse aderente alla vita
terrena, strettamente umana del bambino: la promessa di latte abbondante, la
sicurezza nel sonno, la culla giuncata di fiori tolti al prato e alla macchia,
la pioggia d’oro, di gemme, l’assistenza celeste. Ma la voce che commentava
quelle immagini, espressione ed affetti musicali, aveva il sapore dell’amarezza;
e vi palpitava il ritmo di una pastorale dove il dolore della terra, antico e
nuovo, faceva forza a se stesso per non cedere al pianto. Un acino d’uva, uno
solo, poteva bastare alla mia sete. Lo colsi e in punta di piedi ritornai sulla
strada.
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Serrone, dalla roccia del Monte Scalambra (m.1105) |
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