Quello ciociaro è un popolo
appena uscito dallanalfabetismo: popolo incolto, ma filosofo, ignorante, ma poeta.
In un popolo come questo, il canto non può essere che modo di vita. Nei ciociari il canto
non risponde ad unaspirazione al bello, ad una vaga inclinazione al decorativo, al
voluttuario. Il canto è prima di tutto vita nelle sue espressioni più semplici. E
la conseguenza diretta di un moto dellanimo, espressione drammatica che scaturisce
da un contrasto o da un assenso di sentimenti elementari. Talvolta ha addirittura uno
scopo, serve a qualche cosa. Serve ad offendere la madre della fidanzata che ci ha
abbandonato (La mamma del mio amore), ad annunciare al padrone labbondanza del
raccolto in tempo di vendemmia (Accordo), a far chiedere la grazia al brigante Mastrilli
condannato a morte (Canzone di Giuseppe Mastrilli), a far sapere quanto soffriamo alla
donna che non si cura di noi ( Me sò ficcata na spina aglie core).
Lamore, il dolore, il fascino della natura suscitano nellanimo del ciociaro
echi limitati, di ragione, diremmo, pratica. Di radi il sentimento sattarda a
rimirare se stesso, sinebria del suo stesso sentire, invoca a sostenerlo nel suo
incanto lirico sentimenti affini e limitrofi.
Il canto ciociaro non è dispersivo, ma concentrato. E un canto
tutto cose, tutta sostanza. Aderisce ai sentimenti, ai fatti come un linguaggio semplice e
sbrigativo.
In fondo è un linguaggio esso stesso: un gregoriano in dialetto. Non
pochi sono anzi i suoi punti di contatto col dialetto ciociaro. I ciociari sono scarsi di
parole: hanno, si dice, la parola difficile, nel senso di uno stento dellespressione
che è tuttora uno stato pieno di grazia e di sapore, pieno di ingenuità. E una
musica racchiusa in bocci, come un fiore non aperto;musica condensata in nuclei melodici.
I canti ciociari, come in genere tutti i canti popolari, hanno in gran
parte una loro destinazione precisa. Alcuni si cantano in primavera (Tempo reale è per
lappunto la primavera); altri in estate, durante la mietitura e la battitura del
granturco, altri in inverno e in autunno (Laccordo vendemmiale di Anagni). La Pasqua
e il Natale hanno canti propri (la Canzone della Palma, la Canzone dellUlivo si
cantano alla settimana santa) la Novena di Natale è cantata dagli zampognari - originari
quasi tutti della Val di Comino - durante le feste natalizie.
Fra i canti del lavoro lo stornello di Anagni merita particolare
rilievo per luso che se ne fa al tempo della mietitura. Un contadino appositamente
ingaggiato lo canta accompagnandosi con lorganetto mentre le "opere"
recidono a colpi di falcetto i fasci di spighe. Il canto incita al lavoro, lo esalta, lo
rende più leggero e sopportabile sotto la calura: è come una dolce frusta sui nervi
degli uomini che faticano<. Questi avanzano in fila indiana, ma obliquamente per non
colpirsi, lungo il campo, e il cantore li accompagna da presso, senza lasciarli un
istante. Soltanto quando i mietitori sono giunti al limitare del campo e, prima di
proseguire il lavoro, si riposano quando cessa, e il cantore si ristora anche lui.
Un senso di perfetto amore tra gli uomini e la terra emana da questo
spettacolo indimenticabile: nullaltro che un fatto della vita quotidiana, ma che
lumile stornello trascende e idealizza.
Lorganetto è lo strumento che accompagna usualmente i canti
ciociari, allinfuori delle pastorali natalizie che si accompagnano con il piffero e
la zampogna. Le armonie praticate sono semplici, generalmente si limitano agli accordi di
tonica, dominante e sottodominante. Soltanto nei canti lenti, oltre che ad accompagnare,
lorganetto eseguisce degli intermezzi solistici interessanti per il ritmo e il giro
armonico, ma melodicamente derivati da vecchie canzonette di varia provenienza. In
contrasto col canto che è lento, aritmico e come sospeso nellaria, lorganetto
eseguisce dei pezzi svelti, vivaci, fortemente accentati, che col canto non hanno nulla a
che fare.
La danza ciociara tipica è il saltarello, ed è accompagnato
dallorganetto. Il saltarello, che viene da saltare, generalmente si crede che sia
una danza vivacemente saltata. Esso non è neanche rapido e vivace; al contrario si balla
su di un tempo allegro-moderato e ritmato. I danzatori, a coppie o a gruppo di tre,
quattro, perfino cinque persone, si tengono uniti con le braccia allacciate sulle spalle,
i corpi un poco curvi in avanti e le teste che quasi sfiorano al centro, anchesse
leggermente chinate verso terra.
Questa posizione fa sì che i corpi segnano senza scomporsi i movimenti
delle gambe, mentre i piedi, usualmente nudi, scivolano sul terreno silenziosamente, dando
limpressione che non se ne stacchino mai. Lo spettacolo che ne risulta è pieno
deleganza, di dignità, di armonia, di stile.
E soprattutto ammirevole il modo in cui i ballerini cambiano
direzione quando sono giunti allo angolo della sala o dellaia. Di solito il
cambiamento - lo si vede bene anche nelle moderne danze da sala - genera una rottura del
ritmo; è un movimento brusco, talora goffo, che spezza lunità, la fluidità della
danza. Ma i contadini abili, cioè i vecchi contadini compiono la voltata con una
morbidezza tale di passi, con una tale levigatezza incrociano i piedi, che il movimento di
questi, di rotazione e di rivoluzione insieme, fa pensare al moto geometrico delle bielle
e manovelle della locomotiva, esempio di estrema perfezione dinamica.
Il suonatore di organetto spesso balla anche lui il saltarello,
addossandosi ai gruppi per eccitarne la danza, rendendola più viva e sensuale.
In qualche paese della Ciociaria Meridionale - come Veroli e Pontecorvo
- il saltarello si chiama "ballarella".

Un esempio di canto religioso creato in Ciociaria: il "Trittico
Musicale" opera del M° P. Rodrigo Di Rocco, dei Carmelitani Scalzi di Ceprano,
composto nel 1960 in occasione del 25° dellArciprete Antonio Marciano, Parroco di
Arce.