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Appunti di
viaggio in Ciociaria
(terza fermata)
Un paese in fondo ad una strada:
Collepardo
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Panorama di
Collepardo |
Continuiamo la pubblicazione di una
serie di vecchi articoli narrati in prima persona, che descrivono esperienze di
viaggio in paesi ciociari. Ricordiamo che se qualche lettore volesse inviarci la
sua "gita in Ciociaria", la prenderemmo senz’altro in considerazione.
L’articolo odierno porta la firma di
Carlo Alianello, scritto nel 1966 per la raccolta "Strenna Ciociara" a cura
della "Associazione tra i Ciociari".
Sono tornato in questi giorni al
paese d’una mia antica villeggiatura. Sto riscoprendo un po’ per volta il bel
viso, anche se talvolta appare austero e per fin arcigno, d’una delle contrade
d’Italia, così vicina a Roma, così alla mano e tanto ignorata: voglio dire la
Ciociaria.
L’ottocento sapeva tutto sulle
ciociare; nel novecento, quando modelle e balie caddero di moda, anche il paese
andò giù. Già era difficile arrivarci: le Vicinali lente e scomode o la Casilina
che ha o aveva il fondo cattivo e il traffico caotico e poi straducce intricate,
attorte, dove conveniva andar guardinghi per improvvisi incontri in vie deserte
di carretti che sbucavan dalla macchia, di pecore avviate al pascolo, di maiali
neri e irrequieti, di somari bizzosi. Allora gli uomini portavano le cioce ai
piedi e le donne il costume e la pezza in capo.
Oggi, dopo l’apertura
dell’autostrada, tutto s’è fatto prossimo e, da Frosinone o da Anagni, puoi
frugarti l’intero paese, piega per piega. Noi un tempo, quel tempo di cui parlo,
ci si andava in villeggiatura col trenino, in corriera, poche e sgangherate, e
magari con qualche carrozzaccia che era metà diligenza e metà traino. Agi pochi,
comodità nessuna; anzi mosche, cucine dense di fumo, lumi a petrolio o, dove
arrivava l’elettricità, lampadine grame, con un filo rosso di luce, si e no, ma
più no che si. L’acqua dovevi mandarla a prendere, a cogliere, come dicono
laggiù, alla fontana, dalla servetta che te la portava nella grande conca di
rame in bilico sulla testa, leggera lei, leggera l’acqua lampante di
sole.
Ma l’aria era buona, i cibi sapidi e
di pesche e di fichi ne potevi avere un canestro per due soldi, proprio due
soldi, quella grossa moneta di rame dove c’era impressa la faccia d’un re, con
la scritta: Regno d’Italia, centesimi dieci. Quanto all'affitto della casa, una
casa di cafoni ripulita un po’ per l'occasione, bastavano poche lire. Era una
villeggiatura di gente modesta e mio padre, ufficiale del R. Esercito a riposo,
non aveva nulla di comune col mitico Mida re. Dunque, ho girato e sto girando
per la Ciociaria; ma in quel paese che dirò non c’ero ritornato mai.
Io non sono un cultore del tempo
perduto, cioè d’un tempo troppo vicino, d’un tempo mio che è poi quello degli
altri. Sarà per deliberata modestia o insofferenza di me, sarà per un certo
spirito di giovinezza valente in un corpo da tanti anni non più giovane che il
tempo vero, essenziale seguita a vederselo di fronte, proiettato in avanti,
tutto da riempire, o forse solo perché la moda ha cacciato un bel po' di
scrittori in quel fiacco tempo perduto e su quella famosa strada di Swann. Le
mie strade vanno tutte in dentro, nel buzzo interno o in interiore homine, se
volete, e lì fermentano, lì volteggiano per ribuscare comechessia fuori,
all'aria grande, ma il pubblico non ci passa e l’inclita nemmeno, e basta che un
fatto sia di moda per riuscirmi odioso, siccome è la vanitosa deformazione di
verità perenni.
Dico di Collepardo, un paesetto
pochi chilometri oltre Alatri, in cima a un colle con tanti bei monti attorno
che però non lo schiacciano; son duri sassi, dure ossa, grossi bastioni, ma lo
tengono su teneramente, come una mano cortese, al sole. Ora, su questo paese
c’era anche un pensiero mio, più che un ricordo, quasi soave e un po’ triste,
una cosa leggera, da niente, di quelle cose che dicono poco o cambiano tutto,
come una fontanella giù da una rupe per chi ha sete e la sete di riposata pace è
perenne.
Allora ero giovane, trent’anni,
professore, e mia moglie ne aveva diciannove, giovane giovane, esile e snella,
quasi pallida, quasi bionda. Ora è una signora anziana, ancora esile, ancora
pallida, forse bionda, già nonna e snella tuttavia. Questo lo dico per fare
paesaggio siccome a chiarire un luogo ci vogliono sì colori di terra, di rocce,
di erbe, d’alberi, di case, ma anche l’uomo fa la sua macchia o la sua luce.
Perciò mi tocca raccontare una storia; poniamo che sia la prima trama d'un
romanzo o la scaletta d’un film da sceneggiare. Ecco: lui, il protagonista. cioè
io, torna a Roma dopo molti giorni d’assenza; l’eroe rientra in casa senz’altro
eroismo che l’aver preso parte a una sessione d’esame. E’ sceso di tarda sera
dal treno di Napoli e aspira alla cena e al letto. Alla famiglia e alla consorte
amata no, perché in casa non c'è, anzi non ci deve essere nessuno. Padre, madre
e moglie stanno a villeggiare in un certo paese che nessuno conosce, tratti a
quei monti dall’incitamento d’un certo parente che l’anno avanti ci ha
villeggiato, ma questa estate gli tocca rimanere in città. Invece l’eroe trova
in casa mamma e papà.
E Lei? Lei è rimasta a Collepardo,
affidata alla padrona di casa, brava donna e assennata. E tutto questo perché
papà sta male. Il male lo prese lassù e gli toccò tornare precipitosamente a
Roma insieme alla mamma. La sposa è rimasta alla villeggiatura perché si contava
di tornare tra uno o due giorni al massimo e invece il dottore ha deciso che il
signor colonnello dovrà entrare in clinica per essere operato; non subito però:
l’operazione vera, quella paurosa, quella sanguinosa, avverrà tra un mese o poco
più. Che fare? I1 pericolo, se pericolo c’è, arriverà fra trenta giorni,
puntuale con la volontà del chirurgo, e intanto Lei, l’eroina è rimasta lassù,
tutta sola. Bene, il papà decide: entrerà in clinica e la moglie gli terrà
compagnia; Lui raggiungerà Lei sulla montagna. Così l’eroe va a Collepardo. E
qui la trama del romanzo, ovvero la scaletta della sceneggiatura, si discioglie
in tanti rivoli sottili che sono veli, apparenze, arabeschi, forme e cose
dell'animo intimo e dei sensi. Un andare breve e pure così lungo che dura
ancora, un rigirare attorno e dentro un paesetto in cima a una roccia, sospeso
tra alte montagne. La ragione e il merito furono di mia moglie la quale in
quella settimana che restò sola, aveva steso, senza volerlo né saperlo, un filo
attorno al paese, ch’era un filo di simpatia. Già, così sottile, bianca e
bionda, faceva contrasto con le bellezze paesane, alte, formose, nere d’occhi e
di capelli, come son le ciociare. Forse non la stimavano neppure bella o almeno
piacente; diversa bensì. Poi ci fu la padrona di casa che l’andava vantando con
le comari: così gentilina, così discreta e senza pretese! «Come ha da esse 'na
signora, ammagara giovinetta». Ma il parere ultimo, il definitivo, lo dettero le
vecchie, le nonne, le suocere, le madri anziane, che sono quelle che comandano,
quando l’ebbero vista ogni mattina in chiesa, col libro da messa nelle mani,
pia. L’approvarono. Poi, quando fui arrivato io, per merito suo, approvarono
anche me. D’altronde una coppia di sposi giovani fa sempre tenerezza. Allora
tutto il paese ci avvolse dentro una simpatia riserbata e tacita e quell’anno
eravamo noi gli unici villeggianti. Nessuno ci disturbò: cauti sorrisi e
affettuosi al nostro passaggio, occhiate compiaciute, qualche dono di frutta; la
padrona poi non volle che la sposina s’affaticasse e badò lei al pranzo e alla
cena. Sicché noi eravamo liberi, sciolti e protetti.
Ora, il paese sta tutto sulla
roccia, sospeso all’orlo d'una valle profonda, precipitosa, quasi un burrato di
molte balze, e la roccia è bucata, tutta cavità ed anfratti, mostrando la sua
ossatura in costoni, in contrafforti, in irte conche che sono quasi voragini. E
nel fondo della valle scorre un fiumicello, il Cosa, che va lento scansando gli
alberi antichi e le petraie. Luogo di tregenda, ma anche d’idillio. Così noi ce
l’andavamo esplorando un po' per volta, giorno per giorno, come una terra nuova
e inabitata. La vecchina che sedeva col rotolo di lana in grembo a far la calza,
e ci sorrideva, il pastore che sbucava sulla nostra strada a offrirle latte
appena munto per la signora; lo zappatore a valle, che aveva messo in fresco in
un’ansa del fiumicello pesche e fichi nel canestro, perché sapeva che nel tardo
pomeriggio saremmo capitati io a dipingere e mia moglie a farsi un non so quali
cosucce all’uncinetto, là dove appunto l’acqua lambisce la sponda, ma d’acqua
non ci giungeva che un velo, e lui ci aspettava, adusto e tarchiato, e mi
indicava la piccola flotta dei frutti trattenuta da un cordone di ciotoli,
dicendomi col rispettoso tu ciociaro e romano, più dignitoso e virile del lei e
del voi alla fiorentina o alla napoletana: «te li so' messi al fresco per te,
Vossignoria, e per la tua consorte»; la ragazzetta con gli occhi fulgidi che
incontravi al tramonto e ti dava la buona notte, subito arrossendo; e anche gli
uomini che tornavano dal campo e le donne, e i bambini e i somari e i cani,
tutti e ogni cosa, alberi e case, facevano parte d’un paesaggio immobile e
sempre eguale nei secoli, l’eterno presepe che parla senza voce, con simboli e
allusioni. Così immutabili che pareva non ci fossero.
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Il "fiumicello" Cosa ed un ponticello
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I1 territorio di Collepardo è pieno
di sorprese e d’incanti. Io, che ho avuto sempre il complesso romantico del
Robinson, avevo trovato la mia isola ignota dove l’animo sta sospeso tutto in
quell’amore del guardarsi attorno esplorando, e per di più non ero solo: ma
avevo con me una compagna, anche lei curiosa, amorosa, non serva, come il
Venerdì di Robinson, ma padrona, non mora ma bianca! carne della mia carne,
secondo la Scrittura. O meglio, io il Paolo e lei la Virginia di Bernardin de
Saint Pierre, che giocavano e s’intenerivano tra i palmizi misteriosi dell’Ile
de France. Con qualche anno di più, naturalmente e assai minore semplicità. Poco
più su del paese c’è una voragine, il pozzo Santullo, dove il soffitto d’una
grotta sotterranea crollò in tempi remoti quando su ci passavano uomini e
bestie, ci cantava la cicala e l’oliva ci maturava sugli alberelli. Ora la buca
mostra il suo ventre squarciato e te la puoi guardare dal ciglio scabroso, sotto
il cielo grande, con le sue stalattiti e le stagmiti che ancora si tengono
abbracciate alla roccia nei loro colori di ruggine, d'ocra e di piombo. Sarà
profondo venti metri o più; ma l’interno cavo è nascosto da una vegetazione di
cespugli, di rovi, d'alberelli e di alte erbe, fitta, serrata a ogni vista, da
cui sale su il rombare e il ronzare di mille, invisibili vite. Non emergono
dall’ombrosa voragine che i rami più alti di querce giovani, dal fogliame
frangiato d’un tenero verde, come antenne gracili, tese a ghermire il sole. Mi
dicevano che ci si annidano capre selvatiche e lepri e che i paesani una volta
all’anno scendono giù con scale di corda e fanno la cacciata. Noi, lei e io, ci
sedevamo sull'orlo di sasso a guardare giù ficcando gli occhi nel folto, se mai
ci riuscisse d’intravedere il saltellio d’un capretto o il guizzare d’una lepre
in quell’inaccessibile recinto più remoto ancora. più intangibile ancora della
stessa isola incantata. Lì si sarebbe potuto ricantare la poesia d’Adamo e
d’Eva.
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Le Grotte di Collepardo in un vecchio
disegno |
Oppure ci affacciavamo curiosi,
quasi timidi all'atrio della grotta Margherita che è una caverna grande, tutta
dentro la rupe; ma non ci si può entrare per il troppo cumulo di guano, e
neppure la regina Margherita da cui prende il nome, ci poté mettere piede per la
medesima ragione, quando andò a visitarla. Sentivamo squittii e dentro i
pipistrelli col loro brusìo acuto, fitto, ma irregolare, a sbalzi come quello
dei topi campagnoli, di notte, nei solai. Anche lì c'era il suo mistero, anche
quella era una soglia incantata e proibita, e però ci s'apriva una strada per
chi sa dove, verso chi sa quale sprofondo, un nulla nero, rombante e fremente,
di parole mai intese. Nelle nostre passeggiate più lunghe arrivavamo alla
foresta di cerri che circonda e ombreggia l'abbazia certosina di Trisulti,
venerabile di santi e di secoli antichi. E le montagne di lì apparivano più
basse, amiche, e sotto di noi era un precipitare di rocce imbastite dal Cosa con
un filo di cristallo.
Ora, ogni isola deserta, per tante
dolcezze porta anche il suo amaro che è il limite; il fragoroso mare in cui
s’esalta ed è oppressa, l'onda che va e viene e dice: mai più, e dice: più
oltre. E’ il confine che bisognerà pur trapassare se non si vuole uscire dalla
vita; perché questa vita che ora t'appare immota e trasognata ti urge invece
dentro, ti richiama, t'esige e tu stesso la vuoi e non potresti
negarti.
Per noi l'amaro stava nel pensiero
di mio padre, a Roma, forse in pericolo, che presto avrebbe conosciuto, steso e
calcato sul letto operatorio, il ferro del chirurgo, e noi non potevano farci
nulla. Era lecito, era retto questo nostro annullarci, dimentichi d'ogni cosa,
dentro l'idillio amoroso?
Con questo pensiero mi tormentavo
una sera, mentre, seduto sul margine erboso della corrente, sentivo mia moglie
ridere gaia perché il cane del capraio che mungeva per noi il latte le aveva
adagiato il testone in grembo e il naso umido e gli occhi imploranti. Molta
apprensione e un poco di rimorso. Ma in quel momento il sole tramontando gettava
manate di colore sui costoni. sulle .rupi, sul frondame degli alberi. Giallo di
croco lacca di garanza. carminio e perla e tra monte e monte l'aria tersissima
pareva farsi liquida, supina sotto il sole cadente; e poi eravamo dentro un
calice d'oro, tutti tuffati e bagnati di luce: una grande luce.
Allora risi anche io perché il cane,
per essere accarezzato, faceva il pagliaccio: mossucce, salterelli, guaiolini.
Che poteva succedere di male, dentro quella luce, sulla terra dove ci si vuole
bene?
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Un altro disegno con l’interno delle
Grotte |
Come ho detto sono ritornato a
Collepardo pochi giorni fa. Il paese, in fondo a una strada che s’arresta alla
Certosa e non va oltre, è rimasto su per giù quello di prima: un paese
imbalsamato nella pace. Ma tutto non è più il medesimo: il pozzo Santullo che
rivedevo nel ricordo come un mondo nel mondo, misterioso e sconfinato, popolato
di creature fiabesche, m’è parso solo una buca mediocre e cespugliosa affondata
nella roccia, il fiume è troppo lontano e per giungerci a piedi, oggi, e poi ci
hanno fatto due dighe e, per andare alla grotta Margherita c'è ancora una strada
sassosa e faticata troppo; solo la maestà dei cerri rimane immutata.
Che è cambiato? Che è cambiato?
Nulla.
Noi cambiamo giacché non son più con
noi quella speranza e quella disperazione che chiamammo giovinezza.
Però di tanto sole, del sole
d’allora, un poco almeno ce n'è rimasto, a lei e a me e, in quella luce
incantata, ancora, grazie a Dio, per noi non è giunta la sera.
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