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Appunti di viaggio in Ciociaria
(seconda fermata)
La Fiera di San Donato
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Panorama di San Donato Val Comino
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Come sanno i lettori più
attenti alle pagine sulle tradizioni ciociare, dal numero scorso L’Eco di
Roccasecca sta pubblicando, a puntate, una serie di articoli narrati in
prima persona, che descrivono esperienze di viaggio in paesi ciociari.
Ricordiamo che se qualche lettore volesse inviarci la sua "gita in
Ciociaria", la prenderemmo senz’altro in considerazione. Questa volta ci
viene offerta una descrizione della Fiera di San Donato, da parte di Luigi
Alonzi. Il testo risale al 1938.
Arrivai a San Donato tra le
dieci e le undici del mattin, giusta in quell'ora che il va e vieni e
l'affittirsi di ogni fiera tocca il limite, e stravasa. Venivo da Sora.
Addossato al parapetto di un ponticello, posto se ben ricordo entro il
paese in una specie di largo alberato, mi posi prima a guardare, la testa
in su, l'alveo di un torrentaccio secco bruciato, che scendeva dalla
montagna ripido da far paura. Ebbi fin l'impressione che mi cascasse
addosso, o che io vi cascassi dentro, e così ruzzolassi per tutto il
restante della costa sino al fondovalle. Chissà che musica quando la
tempesta s’abbatte in cima a Forca d’Acero. San Donato è l’ultimo comune
ciociaro a ridosso della valle ehe prende il nome dall'antica Cominium, ed
è su in altura, al confine con gli Abruzzi.
Un odore di tegame ben
drogato, quel tipico odore di cucina di fiera, faceva tutt'uno con la
confusione dell'ora, gli strilli dei rivenduglioli, le filastrocche degli
imbonitori; dava quasi al cervello. Ma l'aria era sottile, e sapeva di
bosco; una manna con quel sole arrabbiato.
Appeso al battente aperto di
un'osteria di quei pressi, scuoiato e con le entragne esposte, un castrato
pendeva col capo in giù; sopra un tavolo messo per lungo e portato dalla
cantina sino al margine della soglia, il solito piatto di pesce fritto
ingabbiato nella moscarola. Sul tavolo c’era anche un cocomero, bello
tondo, bello grosso; in posizione di piena visibilità una fetta ne
indicava il grado di erubescenza.
Carrettieri in fusciacca
multicolore con la frusta a tracolla, sensali loquaci appoggiati alla
mazza di corniola lussureggiante, villani di più luoghi, in costume
entravano e uscivano.
Taluni prendevano posto o
s’approvvigionavano, altri prenotavano e a gran voce lanciavan saluti
all’oste; altri ancora di fuori, bevevano in piedi e trattavano. C'erano
vetturali che tracannavano a testa levata, le gambe allargate, la frusta
penzoloni; vedevi le protuberanze delle gole muoversi su e giù, a seguire
i movimenti di deglutizione. Bevevano rumorosamente e a occhi socchiusi,
ciascuno alla salute di tutti. Le donne, in minor numero, vincevano la
tentazione del pranzo occasionale con timidezza duplice, innata e
campagnola; e perciò si tenevano d’accosto agli uomini, talune dietro la
schiena loro. Vidi una bambinetta piangere, e piangendo esortar la madre
ad uscire: "Jamocéne, ma’ … jamoncénne". Vestiva come le grandi, e
sembrava l’Assennatezza adolescente. Sui singhiozzi di quell’innocente,
desiderio di casolare solitario, rimpianto di campagna assolata, scesero
le note malinconiche di un cantastorie.
Mi apprestai a sentirlo,
rompendo il cerchio di quanti erano accorsi e se lo gustavano, nel cerchio
aggiustando anche me. Suonava sotto l’alberata, all’ombrìa: fisarmonica
intonata, tecnica di chi sa il fatto suo. Con la schiena e uno dei piedi
poggiati sull’albero, l’orecchio destro attento sullo strumento, lasciava
che le dita giocassero sulla tastiera e gli accompagnassero la voce della
sua donna. Feci presto a capire che l’animo di quel povero girovago non
era nel giuoco ormai saputo delle dita, sì bene in ciò che esse rendevano.
Così il canto prese anche me, come già aveva preso gli altri, e fummo
tutt’uno. Val di Comino è canora, e direi forse meglio poetica.
Si svolgeva il canto semplice
e piano, tra chiesiastico e popolare, mai sciatto, mai propriamente
liturgico. A quanti lavorano e hanno cuore, i lavoratori dei campi, gli
artigiani di ogni mestiere, narrava i miracoli del Santo «giglio giocondo,
nominato per tutto il mondo»;e cercava la meraviglia più in ciò che voleva
raccontare che nell’effetto di arte. Chiudeva così il
ritornello:
Vai vestito sempre da
frate:
Viva Sant’Antonio
Abate!
Gli ultimi versi mi fecero un
po’ riflettere meglio sul contenuto della canzone, e mi resi subito conto
che la duplice agiografia antoniana non era certo il forte del
cantastorie. Il pover'uomo mai in vita sua aveva fatto il sagrestano, se
impastava così alla leggera i miracoli dell'Asceta del deserto col Santo
di Lisbona. Del resto, il popolo non se ne accorse e io nemmeno dissi
nulla. Comperai anzi il foglietto che la donna andava distribuendo, lo
lessi e rilessi, e vi assicuro che lo conservo ancora.
Si spostavano di tanto in
tanto il girovago e la moglie, non vecchi ma patiti; e non li mollai sino
a che non ebbi imparato e versi e accordo. Grigi di polvere, scuri e
scarni nel volto, sembravano figli del sudore e della strada quei
poveracci.
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Il
centro di San Donato in una foto recente
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Così, per il piacere del
cantastorie, senza esserne andato alla cerca, m’ero trovato a gomito a
gomito con certi fior di belle ragazze, che vi so dire. La più ricca
mostra di costumi, oltre tutto, che avessi veduto in vita mia; con questo
di diverso, che lì in fiera tutto era natura e spontaneità, fin gli esseri
graziosissimi che quei costumi indossavano; e invece, nelle rassegne
propriamente dette, quanta posa e quali artifici di fuori e di sotto.
La festa aveva chiamato a
raccolta quella selva di gioventù da tutti i borghi e i vichi e i paesi
della valle; ce n'erano di Vicalvi, di Montattico, di Casalvieri, di
Alvito, di Valleluce, di Atina, di Villalatina, di Fontechiari, di cento
altri luoghi; e ciascun gruppo recava i segni particolari della
provenienza: parlata, portamento, acconciatura.
Belle ma rustiche, diranno i
molti, graziose ma poco interessanti; e tra i sospettati di riserbo
cittadino includete anche me. Eppure io vi giuro che tra le giovani
convenute alla fiera di San Donato non ne vidi nessuna con le cioce,
nessuna che non avesse a portata di mano un'occhiata traditora, nello
sguardo accoltellatore.
Voglio dire che certe
definizioni, certi giudizi sommari (la bella pretesa di voler misurare
tutto e tutti col metro del comune giudizio, insomma) possono a volte far
la figura di quei coperchi di coccio fesso: li metti sulla pentola, si
spaccano, e ti vanno a finire a pezzi nell'acqua bollente.
Che belle pettorine bianche
candide, intorno al collo e sul petto di quelle figliole; e come ci si
stagliavano il contorno e le luci delle collanette!
Ognuna aveva i suoi coralli
tondi o sfaccettati, gli orecchini dai grandi cerchi con che il sole del
mattino giocherellava, ognuna la sua veste dai mille disegni, dai cento
colori, il suo zendalino allegro e ciarliero, le sue scarpette a punta. E
ovunque sete morbide, nastri di roba fine, velluti cangianti, sissignori;
e lini di ieri custoditi nel canterano col mazzetto di spigonardo, e lane
di vello di pecora, vello di un anno, tosato tra il maggio e il giugno
dopo il tuffo sacramentale nelle acque del Melfa.
Chiesi a un gruppetto allegro
frugante su un bancherello di oggettucoli e ninnoli, il nome di quella
speciale acconciatura, di quel fazzoletto che in foggia mai per l'innanzi
veduta copriva loro il capo a pieghe e rialzi. Chiesi... ma la risposta mi
venne da una vecchietta, gentile in verità e più ancora compassionevole,
inosservata sull'uscio prossimo di un'abitazione. Scesi i due scalini
della porta di casa, m'era venuta incontro premurosa e sorridente. Seppi
così per bocca di una sandonatese in età, dell'«uommacìle», il
caratteristico copricapo in uso tra le donne di Val di Comino. Le altre
s'erano allontanate senza nemmeno rispondermi, incrociando sguardi di
traverso sulla mia confusione.
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Ragazza con il
caratteristico "Uommacile"
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Se le gambe, chissà, mi
dovessero un giorno riportare a San Donato, non più con la stilografica
affacciata al taschino ci tornerò, né col decimo di Tito Livio in
saccoccia, alla ricerca dei luoghi dove la spada di Roma creò l'immane
tragedia sannita. Tornerò invece lassù ornato di un bel paio di
guardamacchi, calzerò i piedi con un altro bel paio di cioce, e le
sceglierò di punta ben lunga, ricurva all'usanza orientale, come piacciono
agli agricoltori del Liri e del Melfa. Pezze di tela fresche di bucato sui
polpacci, e intorno intorno stringhe di corame nero, con una mano di
strutto. Per il resto, giacca corta tagliata a risparmio e camicia di
cotonina bianca, scollata. E perché non mi abbiano a giudicare troppo
sannita, infilerò nella fascia del cappello a cono una immaginetta di
Nostra Donna di Canneto.
Così rifatto mi proverò a
ripetere alle valliggiane del Comino una eguale
domanda.
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