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Tradizioni popolari a Roccasecca
Soltanto
cinquantanni fa i contadini della nostra terra usavano laratro di legno, con
il vomero dacciao, tirato da due robusti buoi roccaseccani. Ricordiamo che alcune
volte il vecchio Bernardo ci consentiva di metterci a sedere sullaratro e di goderci
lo spettacolo. Purtroppo ricordiamo pure una non felice esperienza accaduta proprio a chi
vi scrive. Mentre nella posizione descritta eravamo intenti ad osservare il movimento
della coda, lento e metodico, con il quale la mucca cacciava da sè le mosche che
immediatamente dopo le si riposizionavano addosso, non ci accorgemmo che la mucca vicina
si disponeva a "fare pipì". Al primo getto ci alzammo di scatto e scappammo via
lanciando improperi alla scostumata bovina. Erano proprio altri tempi. Questi nostri
contadini lavoravano duramente per ottenere dalla terra il massimo possibile, granturco,
ovviamente ed ortaggi. Come scrive lAscolano "erano rinomati gli ortaggi di
Roccasecca, specialmente i broccoletti ... * * * ...vangavano duramente per giorni e
giorni e mietevano con il falcetto, curvi sotto il sole destate come ai tempi ... di
Enea."
Il vino ancora si otteneva mediante la spremitura delluva
compiuta a piedi nudi, con la partecipazione di tutta la famiglia contadina, figli piccoli
compresi, ed il bicchiere di vino faceva parte della vita quotidiana di questi
protagonisti, una delle poche cose buone della dura e faticosa giornata. Scrive ancora
lAscolano: "Le uniche occasioni di festa erano quelle religiose
tradizionali, tra cui quella di S. Tommaso il 7 marzo, di S. Pietro Martire protettore del
paese (ma anche dalla grandine e da altri malanni) il 29 aprile, dellAssunta il 15
agosto e di S. Rocco il 16 agosto. Il mercato si svolgeva a Roccasecca centro ogni
mercoledì ed era anchesso occasione di incontri e di allegria. Dalla campagna ci si
recava a piedi (le donne coi canestri in testa) percorrendo diecine di chilometri tra
landata e il ritorno."
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Donne ciociare con grosse ceste che poggiansi sul cercine, in una rarissima
foto depoca |

Veduta di Roccasecca centro anni trenta |
Moltissimi i tipi di artigianato ed i mestieri particolarissimi presenti
fino a qualche decennio fa a Roccasecca ed ora andati quasi totalmente perduti.Tra gli
artigianii più comuni ricordiamo gli impagliatori (di sedie, canestri, scope, etc.), i
lavoratori in ceramiche e terracotte (le cannate), in rame, in zinco, in ferro battuto, in
pietra, in legno, in cuoio, le ricamatrici, gli arrotini, i fabbri.Tra i mestieri più
rappresentativi, ormai definitivamente scomparsi, vogliamo rammentarne due in particolare,
di cui abbiamo ancora un caro ricordo, seppur sfumato nel tempo. Ci riferiamo a quel
signore che ci portava a domicilio i grossi tocchi di ghiaccio che inserivamo nella
ghiacciaia (il frigorifero era ancora un bene esclusivamente americano) e la signora che,
di prima mattina, recava in bicicletta, casa per casa, quelle meravigliose ricottine,
poste nei caratteristici canestrini di vimini, di varia foggia e misura, a seconda della
forma della ricotta. Un sapore che affiora ancora talvolta sulle labbra, ma che sappiamo
che difficilmente tornerà. |
 Ragazza ciociara col caratteristico
"mammacile" |
In un libro del Bonanni del 1925 sono riportati alcuni tipici capi del
vestiario femminile della Ciociaria:
" Il mammacile, cioé bambacile, era una tela
sottilissima fatta di bambace, cui veniva dato un colore quasi cenerino, a strisce larghe
una ventina di centimetri e molto lunghe, soffici quanto mai. Servivano a coprire la testa
alle signore di famiglie civili; mentre le popolane portavano sul capo una tovaglia
bianchissima di lino. La vestitura delle donne in costume antico era, nella forma, uguale
pel ricco e pel povero; però le signore portavano le vesti con galloni di argento e di
oro, oltre ad un grembiule di castoro rosso detto: panno matelica (da Matelica?) parimenti
con galloni d'oro.
I cialoni, così detti perché formavano quasi come un
cielo di copertura sulle donne, che ne usavano, ponendoseli sul capo, quando pioveva e
sulle spalle, attorno alla vita per ripararsi dal freddo. Erano di lana nostrana e
lavorati al telaio in forma meno larga e più lunga, di circa un metro di larghezza e due
di lunghezza, a strisce uguali, larghe un cinque o sei centimetri! Le donne lo portavano
addosso avvolgendolo alle spalle e tirando le estremità innanzi al petto. La tramatura,
come dicono, era così stretta e serrata, che non c'era caso che trapassasse lacqua
od il freddo! Ora le sole vecchie lo usano!
La centa - cinta - era un nastro a vari colori,
tessuto parimenti al telaio col lino, lungo diversi metri, della larghezza di circa tre
centimetri, che le donne cingevano girandolo più volte attorno ai lombi in giri
sovrapposti per tenere strette le vesti alla vita." |
 Ciocie ai piedi di
zampognari della Val Comino |
E più antica (1871) e più completa la descrizione del costume
locale ciociaro lasciataci da B. Scafi sul libro "Notizie storiche su
Santopadre".
"Gli uomini usano camicia di canapa o lino, e calzone corto, ossia
dai lombi ai ginocchi, e fatto di cotone cecero, o di tessuto di lana e canapa detto
accordellata, giacchetta e corpetto simile; un pannolino detto pezza ricopre la gamba
investendo anche il piede; alla cui pianta è sottoposta una zona di cuoio grezzo, larga
tredici centimetri, e poco più lunga del piede stesso, chiamata ciocia, piegata a punta
in cima, e sostenuta, prima da spago, ora da corregge lunghe così che venendo ad
involgersi alla gamba ne fermano le pezze, formandone, poi molti giri, quasi uno
stivaletto. In testa portano un cappello di lana a cono troncato, che nell'estate è di
paglia lavorato nel paese stesso.Nell'inverno si ricoprono con cappa o mantello di lana
bigia e talora turchina a piccola pistagna dritta, da cui pende in giro un corto bavero; e
la lunghezza è sino a mezza gamba. Nei giorni solenni o pur di matrimonio, la camicia è
di mussolo, il calzone di velluto turchino, corpetto di lana scarlatto, con calzette e
scarpe, e nastro al cappello. |
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Le contadine hanno camicia di lino o
canapa, una tunica tessuta di lana turchina su di ordito di canapa, chiamata sargiotta;
piuttosto stretta, chiusa in fondo, ed aperta ai fianchi, da dove in doppia banda va
restringendosi in guisa che termina sul petto ed alla schiena alla larghezza di un trenta
centimetri; e le due bande sono unite da lacci che sostengono la tunica sulle spalle. Uno
zinale è cinto a traverso dei lombi e schiena, ed un grembiale o zinale al davanti: tutti
di lana turchina. Nel 1840 il vescovo Montieri vi aggiunse il fazzoletto o fisciù che
ricopre dal collo al petto. Un paio di maniche ricopre buona parte del braccio al gomito;
l'avambraccio è coperto dalle sole maniche della camicia. La testa è coperta da tovaglia
di pannolino, lunga un metro circa, e larga oltre 50 centimetri; e che stendono sul capo
in guisa che metà scende alle spalle e metà sul petto; ma questa seconda metà ripiegata
nei lati su di se stessa, la riversano sul capo, fermandola con spilla. Cosicché la sola
faccia resta scoperta e contornata da tre parallelogrammi formati dal ripiego della
tovaglia. I1 piede lo calzano pure con cioce e pezze; dal freddo e dalla pioggia si
riparano con celone di circa due metri."
Questo è il modo di vestire ordinario ed è simile globalmente a
quello della zona di Aquino, Roccasecca, Pontecorvo e Comuni limitrofi. |
Indice Ecocultura
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